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Preziose rovine equatoriali

Preziose rovine equatoriali

Se a qualcuno capitasse per le mani la carta geografica Bertholet del 1639, noterebbe alcune curiose indicazioni, tra cui una più enigmatica di tutte: “Quelman”, poco sotto il Corno d'Africa, a poca distanza da Melinde. Di quest'ultima, oggi placida stazione balneare equatoriale, la storia è per lo più nota. Colonizzata dai mercanti omaniti almeno dal XIII secolo, divenne uno dei sultanati più potenti della costa orientale dell'Africa.

 Da questa città costiera era sicuramente partita la nave del celebre navigatore cinese-islamico Cheng-Ho (Zheng He) con a bordo la giraffa viva, all'epoca animale leggendario e misterioso quanto l'unicorno nella vecchia Europa, che il re del Bengala aveva voluto donare all'imperatore cinese.

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E qui era sbarcato, quasi un secolo dopo, durante il suo primo viaggio, l'esploratore portoghese Vasco Da Gama che solo grazie ad uno degli esperti navigatori del luogo aveva potuto compiere la traversata verso l'India. Ma in nessuna cronaca araba o europea fu mai menzionato il misterioso insediamento che, al tempo, sorgeva a pochi chilometri da Melinde.

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Ben nascosta nel folto della foresta a due miglia di distanza dall'oceano - diversamente da tutte le altre città costiere, scelta enigmatica di cui non si conoscono le cause - prosperava infatti la città di Gede, “la preziosa”. Fondata forse all'inizio del XIV secolo (una tomba del sito riporta la data del 1399) e ricca di commerci al pari di Malindi, fu abbandonata in una sola notte nella prima metà del XVI secolo. Cosa era successo? Probabilmente i suoi abitanti fuggirono di gran corsa all'approssimarsi delle avanscoperte dei terribili guerrieri somali Galla.

Fu rioccupata per una manciata di anni alla fine del Settecento e poi definitivamente dimenticata, finché venne a visitarla nel 1884 il delegato britannico a ZanzibarSir John Kirk.

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Le attuali rovine, diventate con l'indipendenza del paese Parco Nazionale e successivamente Museo Nazionale sono ancora oggi visitabili e aperte al pubblico. La parte riportata alla luce (la città si estendeva su ben 45 acri), immersa nella lussureggiante foresta tropicale, tra scimmie, farfalle e rare antilopi comprende lunghi tratti delle due cerchie di mura concentriche, il Palazzo Reale con i suoi archi ogivali, moschee e case di mercanti e l'unica vera forma architettonica elaborata in Africa: le tombe dette “a pilastro”. Si pensa che possa trattarsi di elementi di tipo fallico, forse riconducibili ai pilastri “naturalistici” ritrovati nelle grotte delle tribù Hamitiche di Etiopia e Somalia o a quelli simili molto diffusi in Madagascar, ma tale significato non è condiviso dagli studiosi arabi e africani. Di certo sono la prova di un'influenza africana nella cultura di matrice araba della costa orientale del continente nero.

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Tutti gli edifici furono costruiti con blocchi di corallo fossile scavati a mano, tecnica ancora oggi in uso. Per le parti più importanti si ricorse perfino a corallo ancor più delicato, estratto direttamente dall'oceano. Il palazzo reale e le case dei mercanti hanno sorprendentemente restituito reperti e testimonianze molto interessanti della vita culturale, sociale e commerciale del tempo: perline veneziane e ciotole di porcellana cinese, forbici e lampade di ferro, scatole di avorio, coltelli, matite da cosmesi in bronzo, bottiglie di vetro soffiato. Il sistema idrico e fognario della città, che poteva contare su decine di cisterne pubbliche e private, collegate da tubazioni sotterranee e pozzetti di raccolta, è un prodigio ingegneristico. La Grande Moschea con una fila di colonne centrali che nascondono la mirhab è un caso unico nel suo genere.

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Ma le rovine celano anche alcuni dettagli più oscuri e inconfessabili. Tra i pochi resti decorativi, presso la “Casa Della Cisterna” si sono conservati rari graffiti tra cui rappresentazioni di dhows (imbarcazioni locali adatte all'oceano aperto, con il caratteristico “occhio” sulla prua e la vela triangolare) e un quadrato magico composto da un reticolo di sedici cifre. Non è propriamente un “sator” ma è certamente uno di quei dispositivi “magici” (cari anche alla cultura ebraica) che veniva impiegato a scopo curativo e di purificazione. Che, in questo caso, fosse una sorta di protezione per la casa sul cui muro fu inciso sembra essere confermato dal rinvenimento, non solo all'ingresso dell'ala occidentale e sotto alcuni pavimenti del palazzo, ma anche accanto alla porta settentrionale della città, di vasi di coccio interrati in cui veniva posto un amuleto o un incantesimo (scritto su pergamena o ricavato direttamente nel fondo del vaso).

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In questi “orci” si introduceva poi, con appropriati rituali, uno spirito guardiano, un djinn, che “faceva la guardia” impedendo l'ingresso ai malintenzionati. Questi esseri creati dal fuoco, a volte amichevoli, altre pericolosi e malvagi (i peggiori erano i ghul, gli ifrit, il Marid e il temibile Iblis detto anche Shaytian, Satan), sono contemplati già nel Corano, con l'esplicito invito a guardarsi da loro, indipendentemente dalla natura delle loro intenzioni. Il celeberrimo episodio delle Mille e Una Notte, che vede protagonista Aladino e il Genio (djinn) della Lampada è proprio una trasposizione letteraria dei pericoli che corre chi si intrattiene con queste entità, su cui solo Salomone (Suleyman) riuscì ad avere, sempre secondo il Corano, il pieno potere, per volere di Dio stesso. La tradizione misterica legata ai djinn, tuttavia, fece molta presa lungo la costa orientale dell'Africa, dove gli spiriti coranici furono senza difficoltà assimilati ai demoni tribali, generando una particolare e tipica forma di Islam intriso di superstizione anche oggi ampiamente diffuso. Capita ancora nel XXI secolo di sentir raccontare che qualcuno, forse un imam, in qualche villaggio costiero, tenga ben chiusi in barattoli sigillati e disposti in bell'ordine su una mensola i djinn che ha catturato con le sue arti. Al bisogno può scatenare questi suoi servitori contro chiunque ed essi non si risparmiano in spaventosi prodigi, tra sbattere di porte, tuoni e saette, pesci e crostacei ben cotti che improvvisamente riprendono vita nei piatti su cui sono appena stati serviti, brontolii che salgono dalle profondità.

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Djinn pronti a risvegliarsi e a seminare distruzione se vengono disturbati si anniderebbero nelle grotte di corallo dove, si racconta, nell'antichità si compivano sacrifici umani di adulti e bambini, Particolari unguenti e oli fragranti spalmati sulle membra dei malcapitati, funzionerebbero come infallibili esche per demoni di ogni sorta (durante il medioevo in Europa tali allucinogeni erano noti come “pomata delle streghe” ed erano composti da sostanze vegetali ricche di atropina e scopolamina, quali la Belladonna e la Datura, particolarmente efficaci per assorbimento attraverso la pelle).

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E ancora, i carboncini abbondantemente bruciati sui piccoli bracieri domestici - usanza ancora viva non solo in Africa ma anche nello Yemen, in Oman e in Asia Centrale - buoni per ogni uso, per profumare come per favorire il parto se la partoriente si poneva a cavalcioni della brace, in modo che i fumi si raccogliessero sotto la gonna, erano in grado di richiamare quelle entità di fuoco che in quelle nebbie non esitavano a mostrarsi nelle loro mostruose sembianze. In Africa Orientale tutto questo si chiama uchawi, magia.

 

 


BIBLIOGRAFIA

James Kirkman, Men and Monuments on the East African Coast, 1964

James Kirkman, Gedi: an historical heritage, 1975

Esmond Bradley Martin, Malindi past and present, 1970

B.A. Ogot e J. A. Kieran, Zamani: A survey of East African coast, 1964

Aa. Vv. Soul of Africa: Magical Rites and Traditions, 1999


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Francesco Teruggi

Scrittore e giornalista pubblicista. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti" (2015), autore del saggio "La Testa e la Spada. Studi sull'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni" (2017). Presidente dell'Associazione Culturale TRIASUNT.

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