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Petròs enì? - seconda parte

[Segue dalla prima parte]

Pare che uno degli scopritori, Padre Bagatti, si fosse addirittura recato a Roma da Pio XII per presentargli le prove, ma che fosse stato "liquidato" dal pontefice con l'intimazione di non farne parola. Sia come sia, a tre anni dalla scoperta della sepoltura di San Pietro sotto la basilica omonima, le tombe erano diventate due. L'esistenza dell'una escludeva l'esistenza dell'altra e viceversa.

Per un incredibile gioco di coincidenze, proprio nello stesso periodo, nel 1952, dopo due anni dalla conclusione degli scavi sotto San Pietro veniva assunta per completare i lavori una giovane archeologa che avrebbe scritto una nuova pagina nella vicenda: Margherita Guarducci. Qualcosa ancora non convinceva gli studiosi. La tomba attribuita a San Pietro, infatti, pur trovandosi sotto la verticale della cupola, dove la ricordava la tradizione, non sembrava presentare sufficienti prove per essere riconosciuta quale sepolcro dell'apostolo. Già la relazione presentata nel 1951 accertava che non erano state rinvenute né le sue ossa, né qualcosa di riconducibile a Pietro né il suo nome per esteso, ad eccezione di un epigrafe inneggiante al Santo presso il Mausoleo dei Valerii, in tutt'altra parte della necropoli.

Di fronte a queste difficoltà, ottenuto il permesso di scendere nella necropoli vaticana, l'archeologa aveva deciso di cominciare studiando i graffiti sul muro esterno del loculo, chiaramente riconducibili al culto di San Pietro. In essi il nome del santo si sovrappone a quelli di Cristo e di Maria, come se fossero una nuova "trinità" (rafforzata a volte dal verbo greco, in qualche caso abbreviato, "nika", "vincere") ma anche a quelli di alcuni fedeli (Verus, Bonifatia, Venerosa, Vea) e al sostantivo "Leonia" (il "Leone di Giuda"), che si riferisce probabilmente alle origini giudaiche dell'apostolo.

GraffitiPetros

Graffiti sul muro rosso

Poi si ricordò che, nello stesso 1951 padre Ferrua, aveva pubblicato, su "Civiltà Cattolica" e su "Il Messaggero", articoli riguardanti la tomba che erano corredati da una ricostruzione in cui compariva, sul muro interno ovest del loculo3, un graffito, in lingua presumibilmente greca, con il nome completo dell'apostolo.

Quelle sette lettere incise a fatica sarebbero state una svolta epocale nelle indagini. Ricostruite restituivano una semplice frase "Petròs enì", "Pietro è qui dentro".

Sfortunatamente, quando lo cercò, il graffito non era più al suo posto. Dov'era finito il frammento di intonaco su cui era inciso? Solo dopo numerose peripezie scoprì che l'aveva trovato anni prima padre Ferrua su una carriola colma di detriti e per motivi mai del tutto chiariti (secondo il gesuita, "per salvarlo") se l'era portato a casa. Per farglielo restituire, dovette intervenire personalmente il Papa attraverso il generale dei gesuiti. Oggi è sotto chiave in una cassaforte della Fabbrica di San Pietro.

Il frammento di intonaco e la ricostruzione dell'epigrafe "petròs enì"

Quando poté finalmente studiare il frammento originale, la Guarducci riuscì a dimostrare che, se già non c'erano dubbi sul nome "petròs" riferito di certo all'apostolo, potevano altrettanto essere fugati quelli sullo strano verbo "enì" che, pur non comparendo mai in questa forma nei testi greci antichi, può essere agevolmente identificato con il verbo "enà", di uguale significato e che, invece, compare, ad esempio, in una epigrafe proprio del III secolo in Asia Minore4.

Insomma, quelle poche lettere scritte a fatica da una mano insinuatasi nell'anfratto probabilmente appena prima che Costantino facesse murare la tomba nel plinto protettivo di laterizi e marmo, indicavano chiaramente che Pietro era lì!

La scoperta, per quanto fortemente osteggiata e controversa, oscurò definitivamente la possibilità che la tomba mediorientale di "Simon Bar Jona", il cui rinvenimento a Gerusalemme era stato reso noto solo nel 1959, fosse la vera tomba di San Pietro.

Lo stesso autore del ritrovamento, Padre Bagatti, che inizialmente ne aveva sostenuta l'autenticità, ammise la possibilità che il nome si riferisse non all'apostolo ma ad un suo parente. L'usanza giudaica (per altro molto diffusa in tutto il "Vecchio Mondo") di tramandare i nomi all'interno delle famiglie è in effetti un fatto acquisito.

La questione fu dunque accantonata. Gli scavi alla necropoli sul Monte degli Ulivi, invece, no. Molti anni dopo il sepolcreto sarebbe tornato alla ribalta con il ritrovamento di un'altra tomba (il rinvenimento fu reso noto nell'Ottobre del 2002), su cui era scritto "Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù". Le polemiche su questa nuova scoperta non si sono ancora placate.

"Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù"

Intanto Margherita Guarducci si era resa conto che il graffito del loculo poteva avere un significato ancora diverso da quello che lei stessa gli aveva inizialmente attribuito. Il riferimento infatti non era alla tomba ma, più esattamente, a Pietro stesso: in quel luogo c'era proprio l'apostolo, non solo il suo sepolcro! E poiché la posizione originaria dell'incisione era all'interno del loculo, l'archeologa concluse che il santo, doveva essere stato sepolto lì dentro dopo essere stato prelevato dalla fossa ai piedi del "trionfo".

Eppure secondo i responsabili della prima campagna di scavi, il loculo era stato rinvenuto pressoché vuoto, ad eccezione di qualche osso di animale. La soluzione giunse soltanto quando il sanpietrino che assisteva l'archeologa, tale Giovanni Segoni, lo stesso che durante gli anni dei primi scavi aveva accompagnato ogni sera mons. Kaas nelle perlustrazioni, si ricordò improvvisamente delle ossa sbiancate che il prelato una sera gli aveva fatto prelevare dal loculo e riporre in una cassetta di zinco. L'operazione era stata completata senza avvisare gli altri responsabili dello scavo con i quali, stranamente, il monsignore aveva rapporti difficili. All'insaputa di tutti, erano ancora dove le avevano lasciate.

Apertura nel loculo del muro, sovrastata dai graffiti

Analizzate insieme agli altri resti rinvenuti sotto il muro, rivelarono una storia incredibile. Quelli alla base del muro erano riconducibili ad almeno tre diverse persone, tra cui una donna molto anziana. Le ossa "sbiancate" che erano state invece prelevate dal loculo, pur mescolate con resti animali, frammenti di tessuto, brandelli di porpora intessuta con fili d'oro e terra compatibile con quella davanti all'edicola, appartenevano ad un solo individuo di sesso maschile, di età tra i 60 e i 70 anni, alto circa un metro e sessantacinque, robusto e mancante solamente delle ossa dei piedi! Il profilo si adattava perfettamente a quello dell'apostolo; perfino il dettaglio dei piedi mancanti sembrava rimandare proprio al supplizio della crocifissione a testa in giù, cui era stato sottoposto.

Il mistero delle ossa di Pietro, sembrava dunque avviarsi alla conclusione, risolvendo numerose questioni rimaste insolute da secoli. L'identificazione della tomba, del loculo e del plinto protettivo, spiegava finalmente anche le insolite scelte artistiche ed architettoniche del Bernini che, innalzando il ciborio seicentesco l'aveva disassato rispetto alla cupola e aveva preferito una inusuale base rettangolare anziché quadrata. Non solo replicava le proporzioni dell'altare, a sua volta modellato sulla tomba, invisibile dall'epoca costantiniana, dell'apostolo; rispondeva anche all'esigenza di inglobare il plinto di cemento al suo interno, quasi a delimitare con le colonne tortili quello spazio sacro. L'artista era riuscito nell'impresa tra mille intoppi e dubbi (se la tomba di Pietro fosse stata per errore danneggiata e avesse rivelato di non essere il suo sepolcro e di non contenere le sue ossa, cosa ne sarebbe stato della Chiesa?), semplicemente prendendo come riferimento la cataractao "billum confessionis", lo sportello di bronzo, aperto nel pavimento ai piedi dell'altare, attraverso cui i fedeli calavano pezzi di tessuto che, per contatto con la tomba pietrina, diventavano reliquie5.

La nicchia dei Palli

Purtroppo, invece, il giallo storico della tomba di Pietro era ancora lontano dalla sua conclusione. C'era un problema insormontabile: il teschio dell'apostolo si troverebbe per tradizione in una delle due urne a San Giovanni in Laterano, ma i resti rinvenuti sotto la Basilica Vaticana, includono anche 27 frammenti di un teschio. Di certo San Pietro non poteva avere due teste, così, nel 1964 fu affidata una accurata ricognizione di tali reliquie al professor Correnti.

In attesa dei risultati, intanto, cominciarono a montare le polemiche. Diversi ambienti della curia romana cercarono in ogni modo di inficiare le prove, travisandole e fraintendendole. La Segreteria di Stato vaticana non si risparmiò in lettere di confutazione indirizzate all'archeologa. Paolo VI, messo al corrente degli ultimi sviluppi e delle conclusioni del professor Correnti, nonostante avesse manifestato l'intenzione di proclamare l'avvenuta identificazione delle reliquie di Pietro il 1 novembre 1964, nel bel mezzo del Concilio Vaticano II, finì per rimandare l'annuncio.

Reliquiari di San Pietro e San Paolo in Laterano

Negli anni successivi i toni della disputa crebbero al punto che il Papa prima propose di unire in un unico sacrario tutte le ossa rinvenute nella tomba e riporle insieme nella necropoli, poi risolse di far chiudere le sole ossa contenute nel loculo in 19 teche di plexiglass e lì ricollocarle, ad eccezione di sette frammenti che il pontefice fece sigillare in un'urna conservata nella sua cappella privata.

Finalmente, nel 1968, a sorpresa, nel corso dell'udienza generale del 26 giugno, riconfermò l'annuncio dato quasi venti anni prima da Pio XII e proclamò che, senza dubbio alcuno, anche le reliquie dell'apostolo Pietro erano state identificate. Ma lo fece omettendo di chiarire quali effettivamente fossero e sorvolando sugli esami del contenuto delle teche lateranensi. A tali omissioni la Chiesa non ha mai posto rimedio.

Margherita Guarducci poté comunque divulgare in forma di libri le sue ricerche, protetta in qualche modo da Paolo VI. Dopo la sua morte però le polemiche, mai del tutto sopite, ripresero vigore. Dapprima le fu impedito di accompagnare visitatori alla tomba di Pietro, poi le fu revocato il permesso di accesso alla necropoli. E nonostante le ripetute pubblicazioni, le polemiche tra gli ultimi "superstiti" della vicenda, l'archeologa e padre Ferrua, non si spensero fino al 1998, anno del decesso di quest'ultima.

Oggetto del contendere, più che i dettagli delle ricerche, sono sempre stati i reliquiari del Laterano. Svelare il loro contenuto probabilmente chiarirebbe una volta per tutte il mistero. Ma neppure la Guarducci fu mai autorizzata a divulgare queste informazioni. Però ha sostenuto fino alla morte che "il risultato di quelle indagini non infirma minimamente le mie conclusioni circa i resti ritrovati nel ripostiglio g".

Dedicato ad un buon amico scomparso, fratel Giovanni,

                                                                            che per primo mi raccontò questa straordinaria storia

 


NOTE

3Gregorio di Tours descrive così il procedimento per ottenere le cosiddette "reliquie per contatto": "se qualcuno desiderasse riportare sacre reliquie fa deporre dentro un pezzo di stoffa, pesato prima su una bilancia. Poi con digiuni e preghiere supplica intensamente affinché la potenza dell’apostolo venga in aiuto alla sua devozione. Cosa meravigliosa! Se la fede dell’uomo è forte, il pezzo di stoffa levato dal sepolcro rimane impregnato di virtù soprannaturale, tanto che pesa molto più di prima".

4Con essi fu riconosciuta la sovranità della Chiesa sullo Stato della Città del Vaticano, lasciando invece Roma al potere temporale(politico) dello Stato Italiano.

5Trofeo, dal greco "tropaion" è un monumento alla vittoria. Di questi particolari trofei parla Gaio (dotto della chiesa protocristana, 199-217 d.C.), autore di diversi interessanti scritti tra cui un "Dialogo", di cui riferisce Eusebio di Cesarea. In esso, lo scrittore discorrendo con il suo interlocutore Proclo, in risposta alle sue vanterie sulla presenza in Frigia della tomba dell'apostolo Filippo, asserisce che a Roma esistono i "trofei" dei due fondatori della chiesa romana, Pietro e Paolo.


BIBLIOGRAFIA

Margherita Guarducci, La tomba di San Pietro: una straordinaria vicenda, 1989

Margherita Guarducci, Le reliquie di Pietro in Vaticano, 1995

Barbara Frale, Il principe e il pescatore, 2011

Pietro Zander, La necropoli vaticana, 2002

Antonio Ferrua, Antichità cristiane: nella tomba di S. Pietro, 1941

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Francesco Teruggi

Scrittore e giornalista pubblicista. Direttore delle collane "Malachite", "Agata" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti" (2015), autore del saggio "La Testa e la Spada. Studi sull'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni" (2017). Presidente dell'Associazione Culturale TRIASUNT.

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