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Cos'é veramente un luogo sacro? Come definirlo?

Cos'é veramente un luogo sacro? Come definirlo?

Cos'è veramente un luogo sacro? Come definirlo? Cosa rende "sacro" un luogo?. Di risposte più o meno vaghe, più o meno giuste, ne ho lette e ne vengono proposte molte.

Un buon punto di partenza è certamente chiarire il significato stesso della parola "sacro".

"Sacro" deriva dalla radice sanscrita sac/sak/sag con il significato di "attaccare", aderire", "avvincere", nel senso di unire/collegare. "Sacro" è dunque qualunque cosa che è "unito" direttamente e inscindibilmente a un "altro", che potremmo definire "il divino" o "Infinito", quella "realtà superiore" cui ogni religione e spiritualità si riferisce con nomi diversi.

 

 

Un luogo è "sacro" poichè è "unito" al divino, senza quindi alcuna intermediazione. È un punto in cui la nostra realtà e l'Infinito si toccano, coesistono. In esso "il divino" non si manifesta, semplicemente è.

Ma un luogo definibile tale lo è per sua natura oppure lo diventa in seguito ad una azione, ad un intervento?. Tutt'e due. Esistono luoghi "sacri da sempre", ma anche luoghi che furono "resi sacri". La storia dell'uomo ce lo mostra.

Nelle epoche più antiche l'essere umano cercava il contatto con il divino nelle radure e nelle grotte, limitandosi a frequentare quelle in cui percepiva la compresenza dell'Infinito e decorandole per "segnalarle". Evolvendosi, però, cominciò a trasformare in luoghi sacri quelli che non lo erano e a costruirli dove non esistevano. Come era stato possibile?.

E' di nuovo l'etimologia a fornirci una risposta. Sono ben due i verbi, composti proprio a partire da "sacro", che indicano i modi in cui qualunque cosa, anche un luogo, può essere "collegato", "unito" al divino:"sacrificare" e "consacrare". Etimologicamente simili - entrambi significano "rendere sacro" - esprimono invece concetti assai diversi. Ciò che fa la differenza è, appunto, il mezzo.

"Sacrificare" deriva da "sacrum-facere", fare-sacro, cioè "rendere sacro qualcosa, attraverso quel medesimo qualcosa". L'accezione è piuttosto negativa e richiama pratiche spesso cruente: immolare un animale è un uso ancestrale che, attraverso la privazione della vita terrena lo trasforma in una "porta aperta" verso il divino.

"Consacrare" invece deriva da "cum-sacrare", dove sacrare, rendere sacro, è l'azione e "cum" il mezzo che la attua. Significa dunque trasformare qualcosa in "sacro" attraverso un intervento esterno all'oggetto in questione, inteso generalmente come rito, rituale o altra pratica di tipo cerimoniale, in senso positivo.

Confrontando i due verbi quindi, sembra, ad un'analisi superficiale, che la "sacralizzazione" possa essere compiuta - assurdamente - tanto con un atto positivo, quanto con il suo contrario, con un intervento negativo e brutale. Ma ci si dimentica il presupposto fondamentale.

La religione e spiritualità, di ogni epoca, cultura e parte del globo, si fondano sulla pre-esistenza del mondo spirituale rispetto a quello della realtà materiale. Tutto insomma verrebbe dallo spirito e lo spirito esisterebbe già in ogni cosa. Ma sarebbe limitato dall'involucro fisico, dalla materia, per motivi che spetta indubbiamente alla teologia discutere e approfondire.

L'uomo, fin dalle sue prime "manifestazioni di spiritualità", in effetti, piuttosto che mettere in dubbio l'esistenza di un qualche "divino", esprime invece la volontà di spezzare i freni che lo separano dall'Infinito, di ricongiungersi con esso. Consacrazione e sacrificio sono in tal senso proprio metodi per "liberare la parte divina", con mezzi esterni che consentano di superare la finitezza della materia o recidendo brutalmente i limiti che essa impone.

Nel caso del sacrificio, il beneficio della sacralizzazione è solo per l'oggetto di tale atto – pur con "benefici" anche per chi partecipa e officia (ad esempio, nella Bibbia, Abramo sacrificando il proprio figlio, si sacrifica, rinunciando a una parte di sè stesso e della sua famiglia).

Quanto alla consacrazione, essa invece è un "procedimento" esterno, atto a ridare o ridestare ciò che manca per poter superare la limitazione imposta dal mondo fisico.

Qualunque luogo che viene reso sacro, di solito, lo diventa attraverso entrambe le modalità e più precisamente, attraverso una forma rituale che contempla il sacrificio prima e la consacrazione dopo.

 

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Francesco Teruggi

Scrittore e giornalista pubblicista. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti" (2015), autore del saggio "La Testa e la Spada. Studi sull'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni" (2017). Presidente dell'Associazione Culturale TRIASUNT.

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