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Il mistero di Theopoli, la città perduta delle alpi provenzali

Sul versante alpino francese sud-occidentale, bagnato dalle placide acque della Durance, c’è ancora un enigma che resiste al tempo e agli uomini. In una stretta valle, una “pietra scritta” di epoca gallo-romana, incisa in un enorme masso che domina il corso tortuoso del torrente Riou, è l’unica testimonianza certa dell’esistenza di un “locus” leggendario chiamato Theopoli, scomparso dalla memoria e mai più ritrovato.

Il testo celebra l’impresa del prefetto gallo-romano Claudius Postumus Dardanus, che, fra il IV e il V sec., fece aprire, tagliandola nella viva roccia, la nuova e più agevole strada per raggiungere l’odierna piana di Saint Geniez, prima accessibile soltanto risalendo il difficile e assai più lungo percorso attraverso la valle di Vançon. Composta in parole semplici, l’iscrizione non ha ancora svelato tutti i suoi segreti, primo fra tutti l’assenza di riferimenti cronologici, inusuale soprattutto in epoca romana. Diciassette foglie di edera, pianta sacra a Dioniso come la vite, intervallano la scrittura e la valenza anche funeraria di questo rampicante potrebbe suggerire che sia stata incisa dopo la morte del potente condottiero, in suo onore e memoria.

Nascondono, come un codice, in bella vista un messaggio comprensibile solo ai meritevoli.

Dardanus è un personaggio storico conosciuto e misterioso insieme. Prefetto di tutte le Gallie, immenso territorio che comprendeva anche la Spagna e la Bretagna, era stato inviato in Provenza dall’Africa per contrastare la calata dei Vandali e poi dei Visigoti.

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Di origini modeste - aveva cominciato la propria carriera come “advocatus” - portava il nome del mitico tiranno di Troia, figlio di Zeus e della regione di Dardania, raramente in uso e soltanto in Africa e in area ellenica. Nella “pietra scritta” viene poi celebrato come “vir inlustris” e la moglie Nevia Galla, nella stessa iscrizione, come “clarissima et inlustre”, titoli che indicano l’appartenenza di entrambi all’aristocrazia senatoriale più potente della loro epoca.

Forse tra le due campagne prefetturali di cui fu investito (401/404 d.C. o 406/407 d.C e 412/413 d.C.), Dardanus, nonostante avesse eletto Arles a capitale dei propri domini, decise di riparare con 40.000 soldati e legionari sul remoto pianoro sorvegliato dal picco di Dromon, cinquecento metri più in alto della valle della Durance e qui, dopo aver costruito strade e mura turrite, si sarebbe insediato.

A questo punto comincia il mistero di Theopoli.

Si pensa che il condottiero avesse scelto quel luogo, così appartato, strategico (qui si “riunivano” molte strade di valico delle Alpi e di discesa verso il mare) e facilmente difendibile, in seguito alla conversione al Cristianesimo, che ben conosceva poiché era grande amico di Sant’Agostino e interlocutore privilegiato di San Girolamo, con i quali avrebbe intrattenuto per tutta la vita fitte relazioni anche epistolari: soltanto due preziose lettere si sono conservate, quella del 417 scritta dal santo di Ippona e quella del 414 del santo di Stridone, entrambe a lui indirizzate.

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La sua magione potrebbe essere sorta non a Chardavon, alle porte del plateau (dove si sarebbero insediati almeno dal XI sec. alcuni monaci agostiniani) ma presso l’attuale Saint Geniez, piccolo paese che conta soltanto 98 abitanti. Saint Genièz-Genesus, mediorientale come l’illustre prefetto delle Gallie, era infatti uno dei martiri più venerati della Gallia meridionale tra il IV e il V secolo. I suoi resti erano sepolti proprio ad Arles e si ritiene che il condottiero possa averne portata una parte fin sul plateau di Dromon, per custodirle nella cappella costruita presso la sua dimora.

Il luogo prescelto si chiamava “Theopoli”, nome riscontrato storicamente soltanto una volta, con la “s” finale e almeno un secolo più tardi, in relazione ad Antiochia di Siria. Distrutta da terremoti e invasioni, come racconta lo storico Malalas, la città era stata ricostruita nel 528 da Giustiniano I con il nuovo nome di “città degli dei” su consiglio di San Simeone Taumaturgo, ma l’aveva conservato per poco tempo. Con l’arrivo degli arabi sarebbe stata ribattezzata Antakiya.

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“Theopoli”, invece, non avendo la “s” terminale non può essere un nome riconducibile alla lingua greca e quindi neppure agli scritti di Sant’Agostino. Anzi, il termine “locus” presente nella “pietra scritta” e la perifrasi “locus cui nomen theopoli est” indicano senza dubbio un luogo di culto (la Basilica di Betlemme con la Grotta della Natività ad esempio era detta “locus Betlehem”), la tomba di un santo martire o il centro religioso di un “pagus” (villaggio rurale). “Theopoli” era quindi, come sostenuto da molti studiosi tra cui A. Grenier e W. Seston, più verosimilmente un luogo sacro custodito in armi anziché un’installazione militare.

Ma è certo, così si desume facilmente dalla “pietra scritta”, che il luogo esistesse già prima dell’arrivo di Dardanus il quale, portandovi le reliquie del santo Genesus, l’aveva riconsacrato al dio cristiano e l’aveva trasformato in una vera e propria città turrita con mura e strade di collegamento.

È possibile che il nome originario fosse quello del picco più alto che domina il plateau a nord-est: Theous, toponimo ancora oggi esistente ma di ignota origine, forse celtica e che potrebbe appartenere a una qualche divinità o un nume tutelare. Il prefetto delle Gallie ne avrebbe fatto un neologismo, unendolo al termine greco “polis” per indicare, con un gioco di parole, in Theous-poli(s) la città presso Theous e non la “città degli dei”.

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Ma di Theopoli oggi non c’è più traccia, soltanto leggende. Una racconta di un enorme tesoro nascosto tra le montagne intorno al pianoro. Il più grande studioso di questo enigmatico luogo, Roger Correard, sostiene che il tesoro fosse il bottino dei Visigoti trafugato durante il sacco di Roma e poi affidato dai barbari a Dardanus, con il quale intrattenevano buoni rapporti. Che il tesoro sia stato sepolto insieme ad Alarico nella tomba ricavata deviando un corso d’acqua vicino a Cosenza è infatti leggenda, così come è improbabile che possa aver raggiunto Rennes-le-Chateau dove lo cercavano i nazisti.

Fu proprio grazie al prefetto Dardanus che il re visigoto Atatulfo, appena succeduto al cognato Alarico, giunto con le sue truppe in Gallia accettò la sottomissione all’imperatore Onofrio, anziché all’usurpatore Giovino. Mentre la rivolta veniva sedata, i Visigoti furono arruolati per combattere i Vandali e gli Alani che stavano invadendo la Spagna e forse fu in quest’occasione che il tesoro venne affidato a Dardanus e nascosto a Theopoli. Ma Ataulfo morì in battaglia, i Visigoti non tornarono in Provenza e il tesoro non fu mai riscattato.

Intanto, alleati dell’imperatore fantoccio Giovino erano i Burgundi, tribù di origini visigote il cui re Gundicaro stabilì di accompagnare l’usurpatore fino alla Gallia del Sud (Provenza) dove si auto-nominò re delle Gallie. Avendo a loro volta accettato la sottomissione al legittimo reggente Onorio, avrebbero ricevuto, come terra in cui insediarsi, la Savoia.

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Gundicaro, Gundikar fu il primo re burgundo a fregiarsi del titolo di Nibelungo. È infatti il Gunther della saga dei Nibelunghi, che risale proprio al IV-V secolo ma non sia sa dove ne come sia stata composta. Può essere il tesoro custodito da Dardanus quello favoloso di cui Gunther, nella saga era entrato in possesso dopo aver ucciso Sigfrido?

Certo è che Theopoli non era stata inizialmente scelta per custodire il tesoro, bensì per altri scopi misteriosi e ormai dimenticati. Se qualche traccia rimane forse può essere rinvenuta nel luogo sacro che ancora esiste ai margini del pianoro, proprio sotto il picco.

La cappella di Notre Dame du Dromon è un semplice oratorio seicentesco con grezzi muri di pietra e malta bruna. La struttura non colpisce l’occhio, ma da sempre il luogo è profondamente venerato, come testimoniano le numerose lastre graffite inserite nella muratura esterna, ex voto dei fedeli che furono benedetti dall’intercessione della Vergine.

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I veri tesori sono all’interno. Nell’annesso settentrionale sono ancora visibili i resti di un pozzo cerimoniale lastricato, che richiama quello ben più famoso di Chartres. Si racconta che i lavori di sterro per ripristinarlo si siano interrotti dopo che la terra, in quel punto, presa a picconate, si era messa a tremare.

L’interno essenziale della chiesa, a navata unica con abside, mostra ancora le tracce di un’intonacatura artigianale. La cappella annessa sul lato meridionale è spoglia e l’altare ligneo è ormai in rovina, ma la roccia su cui è costruito il luogo affiora in più punti fino a un metro di altezza come se non ci fosse differenza fra la terra e l’edificio costruito dall’uomo. Alcune linee parallele graffite potrebbero essere atti di venerazione prodotti in epoche remote.

Presso l’abside maggiore, c’è l’immancabile sorvegliante, un viso di stucco quasi nascosto in un angolo che ha i lineamenti insoliti di una divinità con il berretto frigio, forse Mitra o Ganimede. Osserva l’altare, con la sua pietra consacrata, che non ha le consuete cinque croci (al centro e sui quattro angoli), bensì X inserite in cerchi e ruotate in modo da indicare i punti equinoziali e solstiziali, chiaro segno di un intento di natura astronomica e astrologica.

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Ma la sorpresa più grande si trova in fondo alla scala intagliata nella roccia che scende sotto la pavimentazione. Qui, fuori asse rispetto alla cappella superiore, si apre infatti un’eccezionale cripta, nota già dal X secolo ma riempita di detriti e riscoperta soltanto nel XVII secolo, unica nel suo genere.

Non c’è un altare; al suo posto erompe invece una grande roccia sporgente, come un ventre gravido, quello della dea-terra, della Grande Madre.

La luce del sole entra ad illuminarla soltanto nei giorni del solstizio estivo, all’alba, attraverso la finestrella sul lato opposto, accuratamente orientata. Nello stesso istante l’altra finestra, laterale, inquadra perfettamente il “polo celeste”, l’Orsa Minore, con la Stella Polare.

Tre colonne romaniche reggono la volta stretta e due capitelli sono scolpiti con motivi enigmatici. Uno presenta sui quattro lati volute che si attorcigliano come fossero nodi, l’altro mostra genitali e teste di toro, spighe di grano e due pavoni.

È un luogo antico, da sempre frequentato con devozione, che è passato attraverso le dominazioni, le religioni, gli editti e le distruzioni, conservandosi miracolosamente intatto.

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Quando si scende, ci si sente come spaesati, quasi che il tempo perda significato e ci si trovi in un “altrove” che non appartiene a questo mondo. La roccia attrae ogni attenzione, come una divinità assisa sul trono. La chiamano “Pietra della fertilità”, ma è un nome che non rende merito, onore e giustizia a ciò che dimora nel silenzio di quella cripta.

La presenza, nella cappella superiore, della testina identificata con Mitra o Ganimede, per quanto molto posteriore, sembra suggerire che l’ipogeo fosse un luogo di “incubazione”, pratica non soltanto greca, mediorientale e sarda ma anche celtica che, mediante il “sonno” accanto al simulacro della divinità ancestrale, permetteva di riceverne guarigione e messaggi. L’antica grotta potrebbe dunque essere un santuario druidico diventato poi un antro mitraico dove i numerosi legionari del contingente potevano praticare il loro culto.

La cripta di Dromon ha resistito ai millenni. Nonostante l’editto di Teodosio (380 d.C.) e i successivi decreti, che vietavano qualunque forma di culto e perfino l’accesso ai templi pagani, è rimasta gelosamente custodita dai picchi che sovrastano il plateau. Ha attratto fondazioni monastiche e una chiesa è stata eretta su di essa affinché il culto di questo luogo potesse continuare. Tra i suoi muri e ai piedi della roccia sacra ancora dorme il suo sonno il mistero di Dardanus e di Theopoli.

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BIBLIOGRAFIA

Roger Correard, Théopolis. Gite Secret Du Lion, Arqa, 200

Aa. Vv., Bulletin de la Société d'études des Hautes-Alpes, Société d'études des Hautes-Alpes, Gap, 1943


 

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Cavalieri di San Giovanni. Una storia millenaria tra Gerusalemme e l'Ossola

LibrettoSogit 3d

 

La storia dei Cavalieri di San Giovanni, la loro diffusione in occidente e

la loro penetrazione fin nel cuore dell'Ossola:

la prima pubblicazione storica ufficiale

del S.O.G.IT sezione di Verbania.

 

 

 

A cura di Francesco Teruggi

 Anno di edizione: 2018

 Pubblicato da Sogit-Verbania

Pagine: 32

 


Pubblicato da  S.O.G.IT. - Soccorso dell'Ordine di San Giovanni in Italia, sezione di Verbania

 

Disponibile presso Sogit Verbania

e in formato elettronico su http://www.sogitverbania.it

 

 

 

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Recensione di Rosamaria Cerone su GoodReads

Come chiunque voglia comunicare con gli altri, anche l'autore parte da ciò che gli è più vicino: un mistero ha percepito attorno a sé, in quel 'remoto paese dell'Ossola', a Ornavasso, all'interno del Santuario della Beata Vergine della Guardia.
Dopo lunghi studi, notti insonni e l'ennesima visita al Santuario, egli comprende cosa è mancato sino ad allora: uno sguardo nuovo, una nuova prospettiva, inversa ed ugualmente corrispondente alla realtà. Così, ha la certezza che una nuova lettura dei dipinti all'interno del Santuario può essere intrapresa.
L'autore scopre indizi e indicazioni a senso doppio o multiplo e grazie ai suoi precedenti studi riesce a individuare una 'via di conoscenza'. Di cosa?
Ci sono indizi nei colori, nei numeri, nell'architettura del Santuario, indizi ovunque, in un 'gigantesco e meraviglioso libro di pietra', da leggere con l''occhio dell'alchimista'. E con questo sguardo nuovo, tutto prende nuovo significato. A volte si ha la sensazione che il troppo conoscere porti a nuova conoscenza, come nel caso dei 'tre Giuseppe'...ma non spiego, dovrete leggere il libro. Leggere prima e visitare il Santuario dopo e se seguirete l'autore, vi metterete a misurare trabucchi e gettate, perchè così facendo egli ha messo in luce che la Guardia è luogo di 'trasmutazione', in architetti in questo caso. Purtroppo io coi numeri mai andata troppo d'accordo, così mi sono persa nella descrizione del Santuario, anche se la similitudine con la forma del 'carapace' mi ha gettata a piè pari nella 'Città Proibita', dove molte tartarughe di pietra fanno mostra e significato di sé.
Seguendo Giuseppe d'Arimatea, detentore del Graal, si rintraccia il potere femminino misconosciuto perchè rifiutato in certe epoche, tanto da sovrapporvi strati e strati di inutili preconcetti. E quasi a presagire l'avvento della Dea, come da titolo, c'è la fiduciosa tenerezza che l'autore ha per la sua metà femminile e non solo quella interiore. Tralascio di menzionare gli altri strumenti pratici e culturali che egli ha usato per studiare il mistero, come la rabdomanzia e la radioestesia, per la mia assoluta ignoranza in materia, però è bravo l'autore ad un certo punto, come in un giallo, perchè guardando la foto di un medaglione di marmo sotto l'altare della B.V., dalle venature rosate su fondo bianco, vedo il collegamento: la forma di un utero, rappresentazione e senso della Donna, della Dea. Eccoci.
Purtroppo, da qui in poi ricominciano misurazioni e domande e si rompe il clima magico introdotto dalla 'presenza' della Dea. Con leggera noia ricomincio a chiedermi: chi è il misterioso storico locale che l'autore consulta e rende spettatore delle proprie elucubrazioni alla fine del libro, fine ancor lontana, rilevo. Chi è il misterioso abate? Dove va quel famoso 'alchimista e medico milanese' dopo la Santa Inquisizione? Ecco che la storia del luogo diventa importantissima, i suoi abitanti, l'anima della stessa gente di Ornavasso. E l'idea che quella concepita attraverso lo Spirito Santo sia stata anche la Beata Vergine, per una 'quasi' di tutto come me, è assolutamente affascinante!
Si fa difficile però seguire la storia della struttura e di quelle vicine, difficile capire il legame che le unisce e il perchè siano state costruite a Ornavasso, a parte linee energetiche e corsi d'acqua sotterranei. La seconda parte del libro è dedicato alla Dea, ma per ben 4 capitoli ancora nulla! siamo sempre alla ricerca di un Suo 'segno'!
Segno trovato tra le 'mamme' e un mascherone di pietra su una torre, simboli della rinascita solare in chiave ermetica. Così il dipinto della Guardia, della B.V. che allatta, non è altro che l'immagine cristianizzata della Dea, labile traccia di un culto iniziatico : ecco cosa comprese l'abate. Ornavasso, il suo poggio, i suoi antichi boschi, furono 'tempio delle origini' ai tempi dei Leoponti: questa la conclusione dell'autore, ma...che significato ha il blasone di Ornavasso sul palazzo municipale? Che dire del significato del nome stesso del paese? E delle stranezze del fregio sopra una cornice del Santuario?
Proprio quando il mistero sembrava essere stato svelato, ancora domande, sempre domande, ancora studio, sempre studio! Perchè questa è la vita del curioso e dello studioso: cercare risposte. A volte, creare domande.

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I segreti di Ornavasso, un paese magico

Puoi leggere l'articolo originale su KARMANEWS


 

di Francesco Teruggi. Un luogo denso di spiritualità e di energia, con alcuni segreti forse mai svelati: un santuario ottogonale, una Madonna a seno nudo, il Graal

 

Tutti conosciamo le magnifiche piramidi d'Egitto, i circoli di pietre inglesi, le città misteriose dell'Anatolia e le grandi cattedrali di Francia, ma può capitare di scoprire che luoghi altrettanto densi di spiritualità e di energia si trovino proprio fuori dall'uscio di casa nostra.
C'è un paese, ai piedi delle montagne occidentali dell'antico Ducato di Milano, proprio all'imbocco dell'Ossola, che fu teatro di una storia misteriosa e sconosciuta, la vicenda incredibile di un grandioso Santuario come mai se ne erano visti in quelle valli, costruito nel XVII secolo intorno all’immagine sconveniente, eretica e prodigiosa, di una Madonna che allatta a seno scoperto, come un'antica dea celtica.

Svizzera. La valle del Goms (alto Vallese)

Discendenti Sassoni
Ornavasso era la propaggine meridionale del piccolo mondo dei Walser (contrazione del tedesco Walliser, cioè vallesano), genti robuste - forse gli ultimi discendenti dei Sassoni che nel VIII secolo erano migrati verso l'Europa centro-meridionale - stanziate nel cuore delle Alpi Svizzere, tra il Gottardo e l'Oberland Bernese, spinte a colonizzare forzatamente gli alpeggi alle quote più alte e inospitali delle montagne intorno al Monterosa, laddove si credeva che riuscissero a sopravvivere solo demoni e animali mostruosi.
Così, agli albori dell'anno Mille, proprio quando sembrava avvicinarsi la temuta Fine del Mondo annunciata dall'Apocalisse, mentre fiorivano racconti popolari e il millenarismo dilagava tra superstizioni profezie e dottrine escatologiche, quelle povere famiglie, con le loro tradizioni forse alto-alemanniche, erano giunte nella Valle del Goms (foto sopra), percorrendo i passi lasciati liberi dalle nevi che li avevano ricoperti nei secoli precedenti. Poi si erano diffuse verso sud-est tra il XIII e il XV secolo, quando piccoli gruppi avevano cominciato a staccarsi dalle colonie madri alla ricerca di nuovi pascoli e nuove terre coltivabili.

Le leggende sul "piccolo popolo"

La casa dei folletti.

Alla fine del Quattrocento si contavano ben quaranta insediamenti walser sparsi tutto intorno al Monte Rosa. Una di queste era, appunto Ornavasso, dove i Walser avevano portato tutta la loro ricchezza culturale, tramandata oralmente nelle sere d'inverno intorno al fuoco nella stube: piccoli e grandi misteri, animali mitologici; ombre e rumori e soprattutto le leggende sul “piccolo popolo”, i Twerg, Tegi, Zwergi che vivono nelle montagne; i wilde Männlein, i selvaggi abitanti dei boschi; i Nachtvolk, il popolo della notte; il terribile Basilisco che striscia tra le erbe alte e si nasconde negli anfratti; spiriti e fiammelle che si manifestano nella notte; orde di streghe che si riuniscono nelle valli più appartate; la processione dei morti - comune anche a molte località di pianura - che giungeva dalle cime innevate ad accogliere i nuovi morti per accompagnarli nell'oltretomba tra litanie e stridore di catene, quando passava negli alpeggi; il mito della Verlorene Thal, la “valle perduta” del Lys, in cui si racconta sorgesse la leggendaria colonia di Félik, inghiottita per punizione dalle nevi con tutte le sue ricchezze dopo che i suoi abitanti avevano rifiutato di accogliere e rifocillare un vecchio barbuto e cencioso, sotto le cui mentite spoglie si celava l'Ebreo Errante.

Una casa e un santuario ottagonale

Ornavasso

Ornavasso, vista dall'alto.

È in questo magico paese che, nel 1659, si ritira un figlio cadetto della nobile e potente famiglia milanese dei Visconti di Modrone. In soli cinque anni, fa erigere sui terreni acquistati sopra l'abitato la sua dimora privata, un curioso edificio di forma ottagonale, dove immediatamente si insedia. Sarà l'inizio di una vicenda incredibile e misteriosa.
Negli anni seguenti, a una manciata di metri dai suoi possedimenti, una semplice cappella mariana spersa tra le balze boscose diventerà il fulcro e l'altare maggiore di un immenso santuario, anch'esso di forma ottagonale, la cui cupola raggiunge i 27 metri di altezza e si regge soltanto su otto grandi colonne di pietra. Opera poco nota di uno dei massimi architetti milanesi del tempo, Attilio Arrigoni, allievo del celeberrimo Francesco Maria Richini, è un capolavoro del più austero Barocco alpino, un monumento di inattesa perfezione.

Il Santuario di Ornavasso, a forma ottagonale.

In esso sembrarono realizzarsi, con la massima precisione, i principi della più rigida Controriforma, gli stessi emersi dal Concilio di Trento e ampiamente trattati da San Carlo Borromeo. Invece fu segretamente concepito, realizzato e costruito come una vera e propria cattedrale d'altri tempi, al pari di Chartres, Stephansdom a Vienna o Notre Dame a Parigi, grazie all'intervento silenzioso e quasi invisibile di esperti magistri, costruttori di cattedrali e alla volontà di quell'enigmatico cavaliere-abate.
Il complesso avrebbe dovuto comprendere tre diversi edifici: il grande santuario e, a non molta distanza, due ottagoni più piccoli concepiti come un immane volano capace di risvegliare e convogliare le immani energie celate nel sottosuolo.

Simboli nascosti di una sapienza antica
Le proporzioni dell'edificio più grande, mai terminato e mai veramente consacrato, manifestano la presenza in ogni particolare del numero aureo. Il suo impianto suggerisce la volontà di realizzare un'enorme rotonda che, però, non fu mai portata a termine.

La statua della Maddalena un tempo reggeva il Graal.

La sua posizione e le sue direzioni, apparentemente casuali, nascondono inaspettati, coerenti e potenti allineamenti con i fenomeni astronomici, astrologici e tellurici locali. Sotto di esso, nelle viscere della terra, dormono immani correnti energetiche capaci di prodigi, guarigioni impossibili e perfino di permettere il ritorno in vita dei bambini che nascevano già morti.
Altrettanto nei dipinti, nelle cornici affrescate, nelle tarsie, negli stucchi, così perfettamente aderenti ai dogmi, alla tradizione e all'ortodossia, occhieggiano i simboli nascosti e i glifi occulti di una sapienza antica e potente, di quel Graal che una statua sull'altare un tempo reggeva nella destra.
La morte dell'abate, i giochi di potere e uno sfortunato cedimento strutturale impedirono all'edificio di giungere alla sua forma definitiva. I successori del nobiluomo, cercarono comunque di portare a termine il progetto: la terza costruzione, sempre basata sulla stessa geometria a otto lati, vide presto la luce per desiderio della più potente confraternita del paese, ma intanto la prima, la dimora del prelato, lasciata all'incuria dei suoi eredi, veniva progressivamente abbandonata e smantellata.

Un progetto mai finito nella sua compiutezza

Oggi, al suo interno, la “Guardia” continua a custodire i preziosi indizi, nascosti e sfacciatamente in vista, di quella storia incredibile fatta di intrighi e di dominio, di sapienze ermetiche e di scienze perfette, di alchimia e di riti antichi, la vera epopea di un progetto impossibile: la storia leggendaria della Cattedrale dei Walser, l'immensa “macchina spirituale” capolavoro dell'ignoto abate-cavaliere-alchimista, che in esso aveva profuso tutta la propria conoscenza e i propri legami di sangue e di potere; un progetto immane, mai eguagliato neppure, più di un secolo dopo, dalla celebre Rennes Le Chateau.

Per saperne di più
La vera storia di Ornavasso è stata minuziosamente riscoperta e ricostruita dall'autore di questo servizio. Vedi: www.francescoteruggi.com


 

 

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I segreti di Ornavasso, un paese magico

 

Puoi leggere l'articolo originale su KARMANEWS

 

 


 

di Francesco Teruggi. Un luogo denso di spiritualità e di energia, con alcuni segreti forse mai svelati: un santuario ottogonale, una Madonna a seno nudo, il Graal

 

Tutti conosciamo le magnifiche piramidi d'Egitto, i circoli di pietre inglesi, le città misteriose dell'Anatolia e le grandi cattedrali di Francia, ma può capitare di scoprire che luoghi altrettanto densi di spiritualità e di energia si trovino proprio fuori dall'uscio di casa nostra.
C'è un paese, ai piedi delle montagne occidentali dell'antico Ducato di Milano, proprio all'imbocco dell'Ossola, che fu teatro di una storia misteriosa e sconosciuta, la vicenda incredibile di un grandioso Santuario come mai se ne erano visti in quelle valli, costruito nel XVII secolo intorno all’immagine sconveniente, eretica e prodigiosa, di una Madonna che allatta a seno scoperto, come un'antica dea celtica.

Svizzera. La valle del Goms (alto Vallese)

Discendenti Sassoni
Ornavasso era la propaggine meridionale del piccolo mondo dei Walser (contrazione del tedesco Walliser, cioè vallesano), genti robuste - forse gli ultimi discendenti dei Sassoni che nel VIII secolo erano migrati verso l'Europa centro-meridionale - stanziate nel cuore delle Alpi Svizzere, tra il Gottardo e l'Oberland Bernese, spinte a colonizzare forzatamente gli alpeggi alle quote più alte e inospitali delle montagne intorno al Monterosa, laddove si credeva che riuscissero a sopravvivere solo demoni e animali mostruosi.
Così, agli albori dell'anno Mille, proprio quando sembrava avvicinarsi la temuta Fine del Mondo annunciata dall'Apocalisse, mentre fiorivano racconti popolari e il millenarismo dilagava tra superstizioni profezie e dottrine escatologiche, quelle povere famiglie, con le loro tradizioni forse alto-alemanniche, erano giunte nella Valle del Goms (foto sopra), percorrendo i passi lasciati liberi dalle nevi che li avevano ricoperti nei secoli precedenti. Poi si erano diffuse verso sud-est tra il XIII e il XV secolo, quando piccoli gruppi avevano cominciato a staccarsi dalle colonie madri alla ricerca di nuovi pascoli e nuove terre coltivabili.

Le leggende sul "piccolo popolo"

La casa dei folletti.

Alla fine del Quattrocento si contavano ben quaranta insediamenti walser sparsi tutto intorno al Monte Rosa. Una di queste era, appunto Ornavasso, dove i Walser avevano portato tutta la loro ricchezza culturale, tramandata oralmente nelle sere d'inverno intorno al fuoco nella stube: piccoli e grandi misteri, animali mitologici; ombre e rumori e soprattutto le leggende sul “piccolo popolo”, i Twerg, Tegi, Zwergi che vivono nelle montagne; i wilde Männlein, i selvaggi abitanti dei boschi; i Nachtvolk, il popolo della notte; il terribile Basilisco che striscia tra le erbe alte e si nasconde negli anfratti; spiriti e fiammelle che si manifestano nella notte; orde di streghe che si riuniscono nelle valli più appartate; la processione dei morti - comune anche a molte località di pianura - che giungeva dalle cime innevate ad accogliere i nuovi morti per accompagnarli nell'oltretomba tra litanie e stridore di catene, quando passava negli alpeggi; il mito della Verlorene Thal, la “valle perduta” del Lys, in cui si racconta sorgesse la leggendaria colonia di Félik, inghiottita per punizione dalle nevi con tutte le sue ricchezze dopo che i suoi abitanti avevano rifiutato di accogliere e rifocillare un vecchio barbuto e cencioso, sotto le cui mentite spoglie si celava l'Ebreo Errante.

Una casa e un santuario ottagonale

Ornavasso

Ornavasso, vista dall'alto.

È in questo magico paese che, nel 1659, si ritira un figlio cadetto della nobile e potente famiglia milanese dei Visconti di Modrone. In soli cinque anni, fa erigere sui terreni acquistati sopra l'abitato la sua dimora privata, un curioso edificio di forma ottagonale, dove immediatamente si insedia. Sarà l'inizio di una vicenda incredibile e misteriosa.
Negli anni seguenti, a una manciata di metri dai suoi possedimenti, una semplice cappella mariana spersa tra le balze boscose diventerà il fulcro e l'altare maggiore di un immenso santuario, anch'esso di forma ottagonale, la cui cupola raggiunge i 27 metri di altezza e si regge soltanto su otto grandi colonne di pietra. Opera poco nota di uno dei massimi architetti milanesi del tempo, Attilio Arrigoni, allievo del celeberrimo Francesco Maria Richini, è un capolavoro del più austero Barocco alpino, un monumento di inattesa perfezione.

Il Santuario di Ornavasso, a forma ottagonale.

In esso sembrarono realizzarsi, con la massima precisione, i principi della più rigida Controriforma, gli stessi emersi dal Concilio di Trento e ampiamente trattati da San Carlo Borromeo. Invece fu segretamente concepito, realizzato e costruito come una vera e propria cattedrale d'altri tempi, al pari di Chartres, Stephansdom a Vienna o Notre Dame a Parigi, grazie all'intervento silenzioso e quasi invisibile di esperti magistri, costruttori di cattedrali e alla volontà di quell'enigmatico cavaliere-abate.
Il complesso avrebbe dovuto comprendere tre diversi edifici: il grande santuario e, a non molta distanza, due ottagoni più piccoli concepiti come un immane volano capace di risvegliare e convogliare le immani energie celate nel sottosuolo.

Simboli nascosti di una sapienza antica
Le proporzioni dell'edificio più grande, mai terminato e mai veramente consacrato, manifestano la presenza in ogni particolare del numero aureo. Il suo impianto suggerisce la volontà di realizzare un'enorme rotonda che, però, non fu mai portata a termine.

La statua della Maddalena un tempo reggeva il Graal.

La sua posizione e le sue direzioni, apparentemente casuali, nascondono inaspettati, coerenti e potenti allineamenti con i fenomeni astronomici, astrologici e tellurici locali. Sotto di esso, nelle viscere della terra, dormono immani correnti energetiche capaci di prodigi, guarigioni impossibili e perfino di permettere il ritorno in vita dei bambini che nascevano già morti.
Altrettanto nei dipinti, nelle cornici affrescate, nelle tarsie, negli stucchi, così perfettamente aderenti ai dogmi, alla tradizione e all'ortodossia, occhieggiano i simboli nascosti e i glifi occulti di una sapienza antica e potente, di quel Graal che una statua sull'altare un tempo reggeva nella destra.
La morte dell'abate, i giochi di potere e uno sfortunato cedimento strutturale impedirono all'edificio di giungere alla sua forma definitiva. I successori del nobiluomo, cercarono comunque di portare a termine il progetto: la terza costruzione, sempre basata sulla stessa geometria a otto lati, vide presto la luce per desiderio della più potente confraternita del paese, ma intanto la prima, la dimora del prelato, lasciata all'incuria dei suoi eredi, veniva progressivamente abbandonata e smantellata.

Un progetto mai finito nella sua compiutezza
Oggi, al suo interno, la “Guardia” continua a custodire i preziosi indizi, nascosti e sfacciatamente in vista, di quella storia incredibile fatta di intrighi e di dominio, di sapienze ermetiche e di scienze perfette, di alchimia e di riti antichi, la vera epopea di un progetto impossibile: la storia leggendaria della Cattedrale dei Walser, l'immensa “macchina spirituale” capolavoro dell'ignoto abate-cavaliere-alchimista, che in esso aveva profuso tutta la propria conoscenza e i propri legami di sangue e di potere; un progetto immane, mai eguagliato neppure, più di un secolo dopo, dalla celebre Rennes Le Chateau.

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La vera storia di Ornavasso è stata minuziosamente riscoperta e ricostruita dall'autore di questo servizio. Vedi: www.francescoteruggi.com


 

 

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Quando i frati scrutavano il cielo: monachesimo e astrologia

Nel celeberrimo Cantico delle Creature, il grande monaco santo Francesco d'Assisi (1181-1226) scriveva: “Laudato sie, mi' Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole […] Laudato si', mi' Signore, per sora luna e le stelle, in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle”.

Il testo poetico, di impareggiabile bellezza, è certamente anche un piccolo trattato “cosmologico” in cui, accanto ai quattro elementi (aria, acqua, terra, fuoco) declinati secondo animali e cose che a ciascuno appartengono, compaiono molti altri richiami, tra cui quello potente al cielo, nella tripartizione sole-luna-stelle.

Se il sole è quello che da la luce al giorno, la luna e le stelle sono “chiare”, non nel senso di “evidenti” ma di “pure” (contrario di “oscure” e “impure”) e “preziose”, irrinunciabili, necessarie. Sono insomma un vero “dono” divino. È la stessa “chiarezza” delle stelle alla quale pare proprio riferirsi anche il “Portale dello Zodiaco” della Sacra di San Michele, in cui compaiono gli unici elementi marmorei chiari dell'intero complesso abbaziale.

Molto meno velate sono invece le idee di un altro celebre monaco francescano, Ruggero Bacone (1214-1294), coevo del fondatore, che dedicò una parte della sua opera più celebre, l'Opus Major, all'esposizione delle sue teorie astrologiche a lungo studiate, vertenti sopratutto sull'influenza esercitata dai corpi celesti sulla mente e sullo spirito umani.

MonaciAstrologia 1

La quiete e il raccoglimento dei conventi, separati dalla società ma in essa pienamente immersi, come su un invisibile confine tra spirito e materia, favorì certamente lo studio e la ricerca anche in ambiti poco ortodossi del sapere, affrontati con lucida coerenza e senza i veli prodotti da troppa teologia o troppa ansia politico-religiosa. Uno di questi fu l'astrologia.

Tanto le ore del giorno, quanto le stagioni, i periodi e le mansioni dei confratelli erano rigidamente scanditi dai ritmi naturali. La data mobile della Pasqua e degli altri eventi liturgici ad essa collegati dovevano essere ricalcolate ogni anno e le chiese dovevano sempre essere orientate correttamente su fenomeni astronomici e sui loro corrispondenti significati astrologici. Tutto ciò comportava certamente, anche a detta degli storici, lo studio del moto delle stelle. I complessi abbaziali erano perciò spesso dotati di vere e proprie piattaforme di osservazione, balconate o terrazze dalle quali compiere tutte le necessarie misurazioni. Una è ancora visibile presso l'abbazia cistercense francese di Thoronet, in Provenza. Svetta sul doppio chiostro (due chiostri sovrapposti) come se la scansione delle volte e degli archi dei corridoi coperti fossero i punti di mira di un gigantesco sistema di osservazione.

Nella loro disposizione e orientamento, nella scansione degli ambienti che si aprono su ciascuno (di solito a est la sala capitolare e gli ambienti di studio; a sud refettori e cucine; a ovest dormitori e foresterie; a nord confinante con la chiesa abbaziale gli spazi per la “lectio divina”), nelle iconografie dei capitelli e degli archi e nelle loro geometrie, si ritrovano le indicazioni delle stagioni, dei moti planetari e dello zodiaco.

Già nell'antico Egitto i templi erano sempre dotati di un lago sacro, in genere quadrato che serviva anche per le osservazioni stellari. Il più celebre, quello di Karnak, ancora conserva, al centro di uno dei lati, una grande statua dello scarabeo sacro Khepri. Non solo è una divinità, è anche un segno zodiacale (Cancro) e corrisponde, secondo il computo del grande anno precessionale, al “quarto mese della gestazione”, cioè al 4300 a.C., epoca della prima unificazione del Regno sotto Menes!

Le sue dimensioni sono tali da poterlo chiaramente vedere da ogni punto del lago sacro, nelle cui acque si specchiavano i gruppi stellari e i pianeti.

MonaciAstrologia 2

Anche il tempio biblico di Salomone era dotato di un simile sistema di osservazione, molto probabilmente di origine egizia, installato proprio davanti all'ingresso. Veniva chiamato “mare di metallo fuso”, “mare di rame” o “mare di Brazen” ed era un gigantesco bacile metallico montato su 12 leoni a gruppi di tre, correttamente orientati (1Re:7 e 2Cronache:4). Si legge poi nel Libro dei Re che il bordo superiore era intervallato da 30 tori, chiara indicazione di un utilizzo astrologico.

Il chiostro monastico, con il pozzo d'acqua al centro nel quale si specchia la stella polare e i corridoi con le scansioni appropriate non è che il suo equivalente medievale, così come i monaci consacrati non furono che gli ultimi eredi di quei sacerdoti dei templi antichi che scrutavano gli astri.

Poiché le stelle e i pianeti erano spesso presenti, con le loro allegorie, nelle sacre scritture, l'analisi dei loro moti e dei cambiamenti che producono sull'essere umano non poteva che portare a riconoscervi la via divina da perseguire con ogni forza. Gli astri potevano fornire indicazioni non tanto sui tempi a venire, quanto su debolezze personali e mancanze caratteristiche che era necessario vincere per sperare in una maggior comunione con il divino.

MonaciAstrologia 3

Molti erano i monasteri che, insieme ad opere religiose, della patristica e dei teologi e sapienti, ospitavano nelle loro biblioteche anche trattati di astronomia e astrologia, pazientemente studiati e ricopiati dai meticolosi ammanuensi. Il “portale dello zodiaco” della Sacra di San Michele (Valsusa), ad esempio, fu concepito da “mastro nicholao” (forse il nome collettivo e simbolico della confraternita comacina autrice di quest'opera) prendendo ispirazione, come si racconta, da certi preziosi testi custoditi proprio nell'abbazia. Su due dei quattro lati di ciascun montante il magister non riportò semplicemente una teoria di simboli prelevati dalla tradizione astrologica (i 12 segni) e altrettanti simboli chiaramente identificati come costellazioni (accanto ad ognuna è inciso il suo nome), ma codificò in modo preciso tutta la sapienza che dietro questi segni si nasconde. Questo era uno degli scopi fondamentali del nuovo stile architettonico, conosciuto come “romanico”, sviluppatosi in ambito monastico (il fondatore è tradizionalmente Guglielmo da Volpiano, abate benedettino di Digione): rendere disponibile a chiunque ne fosse meritevole l'accesso alla conoscenza delle leggi divine, inserendola negli elementi scultorei, nei capitelli, nelle forme e nelle proporzioni e più tardi, negli affreschi, soprattutto absidali (innumerevoli sono gli esempi di tetramorfi con evangelisti e teorie dei mesi raffigurate attraverso le mansioni quotidiane e poi sostituite da schiere di apostoli). Il gotico con le grandi cattedrali ne avrebbe proseguita l'opera.

Anche fra le stelle era dunque possibile riconoscere la presenza e gli effetti della Divina Provvidenza e il monachesimo ne aveva fatto tesoro fin dall'inizio. Già nel V secolo tra i più grandi studiosi di astrologia figurava sant'Eucherio, vescovo di Lione e annoverato tra i Padri della Chiesa occidentale.

MonaciAstrologia 4

La sua formazione trentennale, dopo l'abbandono dei titoli e delle prerogative nobiliari della casata da cui proveniva, si era svolta nell'antico monastero isolano di Lerìns, fondato da un altro grande santo della Chiesa, Onorato. Fu proprio durante questo lungo periodo di raccoglimento che, studiando e scrivendo, Eucherio creò le sue maggiori opere, tra cui il Liber Formularum Spiritualis Intelligentiae, in cui affronta, fin dal liber unus, il tema dell'astrologia, concepito come una tra le “spiegazione di vari termini o modi di parlare della Scrittura”, spiegando il senso allegorico dei riferimenti a pianeti e costellazioni in relazione soprattutto al Libro dell'Apocalisse.

Così fa corrispondere l'ammasso delle Iadi alle anime dei santi predicatori, le stelle di Orione a quele dei martiri e le sette stelle dell'Orsa maggiore alle sette chiese e ai sette candelabri che simboleggiano la Chiesa Universale apocalittica.

In un testo successivo, i Commentarii in Genesim, per altro di dubbia attribuzione, specifica addirittura che le stelle del cielo sono gli Evangelisti e i dottori delle Sacre Scritture, che diffondono la luce divina illuminando la conoscenza umana.

Le idee di Eucherio non erano nuove, anzi, seguivano l'impostazione agostianiana. Il santo d'Ippona si era appassionatamente dedicato all'argomento, imponendosi subito come un suo detrattore. Ma a ben leggere, le sue riserve erano rivolte per lo più agli usi peccaminosi fatti della conoscenza delle stelle e dei pianeti, in particolare come mezzi per svelare e anticipare il futuro. Concepiva infatti gli astri come creazioni divine, nei quali era perciò possibile scorgere la benevolenza e la saggezza di Dio rivolta agli uomini.

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Diversi secoli più tardi, un altro celebre monaco, il domenicano Alberto Magno, anch'egli vescovo e santo, cercando di riunire le posizioni dei suoi predecessori con l'impianto neoplatonico per cui tutto è emanazione di una “causa prima”, era un convinto assertore della dipendenza del mondo dai moti dei pianeti: "Nello studiare la natura non abbiamo a indagare come Dio Creatore può usare le sue creature per compiere miracoli e così manifestare la sua potenza: abbiamo piuttosto a indagare come la Natura con le sue cause immanenti possa esistere".

Il suo pupillo, Tommaso d'Aquino ne avrebbe riprese le idee: “I corpi celesti, come esercitano azioni l'uno sull'altro, così esercitano azioni anche sulla terra, e con l'azione esercitano anche un influsso. Ma poiché l'influsso è sulla materia, potrà essere esercitato sul senso, non sull'intelletto e sulla volontà, che sono essenze spirituali […]” (Summa Theologica, questione 115).

Intanto, nelle regioni europee più lontane, in cui meno l'ingerenza papale si faceva sentire, l'astrologia prosperava nei monasteri, dove veniva sempre più ampiamente studiata. Nel X secolo diventò celebre per il suo interesse verso le stelle, anche a scopo terapeutico, un monaco della comunità abbaziale di Mamelsbury, nel Wiltshire, “la più antica città inglese”: Oliviero (Eilmer), noto anche per essere stato uno dei primi a tentare il volo umano con ali posticce, cinque secoli prima di Leonardo.

Nello stesso periodo, poco più a nord, nel Wolchestershire, godeva di simile fama il priore di Malvern, Walcherio, di origini lotaringe, autore di precise osservazioni sulle eclissi solari e lunari occorse tra il 1091 e il 1092.

Questa è l'epoca della grande riscoperta dell'astrologia, durante la quale essa sembra riemergere dal silenzio del monasteri per diffondersi ovunque, sostenuta da molti pensatori anche laici del tempo e dai nuovi testi provenienti dal medioriente islamico conquistato dai crociati, soprattutto quelli di Avicenna e di Averroè, gli unici musulmani che, a detta di Dante, “possono seder tra filosofica famiglia”.

Protagonista di questi secoli è il beato Jan van Ruusbroec, “doctor admirabilis”, monaco fiammingo fondatore del monastero e della congregazione di Valverde (Groenendael), di ispirazione agostiniana. Grande cultore dell'astrologia, scrive diverse opere mistiche tra cui “I sette gradi dell'amore spirituale” e “L'ornamento delle nozze spirituali” in cui manifesta tutto il suo interesse per le stelle. Create da Dio per l'uomo, esse sono, secondo il beato, capaci di influire sul trionfo del bene o del male. Perciò anche l'anima umana, con i suoi vizi e le sue virtù, ne subisce l'intervento. Pianeti e astri indicano dunque la via della purificazione ascetica in quanto portano i vizi di cui l'uomo deve spogliarsi per rivestirsi della luce divina: "...il nostro padre celeste crea nel più intimo di noi stessi il firmamento interiore, purché noi siamo disposti a seguire la propensione naturale della nostra anima, ovvero la sinderesi inculcata ed impressa in noi da Dio, sempre, per sua natura, desiderosa del bene".

MonaciAstrologia 6

Nello stesso periodo è tutto un fiorire di opere di astrologia. L'Università del Galles, ad esempio, possiede nella sua collezione almeno una ventina di manoscritti redatti nei monasteri inglesi tra il XIV e il XV secolo, che trattano tutti gli aspetti della scienza medievale tra cui, in prima linea, proprio l'astrologia.

Tra tutti, il più famoso monaco astrologo fu però certamente Giovanni Tritemio (Johannes Tritemius, il cui vero nome era Johannes Heidenberg), abate benedettino di Sponheim e nell'ultima parte della sua vita, di Würzburg. Prolifico autore e studioso, nel fortunato periodo preconciliare in cui l'astrologia era arrivata ad interessare perfino il cardinale-teologo Pierre d'Ally (1350-1420) e addirittura papa Sisto IV (1414-1484) e papa Leone X (1475-1521), aveva avuto fra i suoi discepoli Lucio Cornelio Agrippa e Teofrasto Paracelso. Le sue opere erano intrise di ermetismo, riferimenti cabalistici, neoplatonismo e astrologia. A quest'ultima dedicò in particolare un testo, De septem secundeis id est intelligentiis sive spiritibus orbes post deum moventibus, una precisa trattazione della materia e dei suoi collegamenti con le altre discipline.

Ma era l'ultimo monaco che avrebbe potuto liberamente diffondere la conoscenza degli astri. Poco prima della sua morte già incombeva l'ombra minacciosa del concilio tridentino che presto si sarebbe tenuto e che avrebbe di nuovo gettato su di essa un velo di oscurità, lo stesso che ancora oggi permane e viene continuamente alimentato, talvolta dagli stessi eredi di quei monaci che, per paura ed egoismo, offendono e avviliscono la meravigliosa sapienza e la profonda spiritualità dei loro predecessori.

 


Questo articolo è disponibile in formato pdf su Academia.edu


 

BIBLIOGRAFIA

 Bottin, Francesco (a cura di), Ruggero Bacone. La scienza sperimentale, Rusconi, Milano, 1990

 De la Ville de Mirmont, H., L'Astrologie chez les Gallo-Romains in Revue des Études Anciennes. Tome 9, Maison de l'Archéologie - Université Bordeaux Montaigne, Pessac, 1907

 Duhem, Pierre, Le système du monde. Histoire des doctrines cosmologiques de Platon à Copernic, Librairie scientifique A. Hermann et fils, Paris, 1913-1915

 Kelley, David H. e Milone, Eugene F., Exploring Ancient Skies: A Survey of Ancient and Cultural Astronomy, Springer Science & Business Media, Berlino, 2011

 Lawrence-Mathers, Anne e Escobar-Vargas, Caroline, Magic and Medieval Society, Routledge, London, 2014

 Marra, Massimo, Il firmamento interiore del Beato Giovanni Ruysbroeck in Atrium - Centro studi umanistici e tradizionali anno VIII n°1, , 2006

 Maxwell Woosnam, Eilmer, The Flight and The Comet, Friends of Malmesbury Abbey, Malmesbury, 1986

 Page, Sophie, Astrology in Medieval Manuscripts, University of Toronto Press, Toronto, 2002

 Schwaller de Lubicz, René Adolphe, Le Temple dans l'homme, Il Cairo, 1949 (Pubblicato in Italia con il titolo Il tempio dell'uomo, 2 volumi, Mediterranee, Roma, 2003)

Sorge, V. (a cura di) e Seller, F. (a cura di) Ruggero Bacone. Filosofia, scienza, teologia: dall'Opus maius, Armando, Roma, 2010

Thorndike, Lynn, History of magic and experimental science, Macmillan, New York, 1923

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La Testa e La Spada

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Tre saggi che raccolgono

non solo la storia e le vicende

dell'Ordine dell'Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme,

ma anche i risvolti noti e meno noti della loro millenaria presenza,

l'anelito spirituale che ne animò la fondazione

e una disamina dei rapporti con gli altri Ordini,

sia di matrice occidentale che orientale.

 

 

 

 

 

 

 

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Concepiti inizialmente come testi per conferenze e convegni, i tre saggi che compongono «La Testa e la spada» raccolgono non soltanto la storie e le vicende note dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, ma anche risvolti poco conosciuti della loro millenaria presenza, l’anelito spirituale che ne animò la fondazione e una disamina dei rapporti con gli altri Ordini, sia di matrice occidentale che orientale.

Ne emerge una visione d’ insieme illuminante sull’Ordine Ospitaliero, impegnato nell’assistenza ai poveri e nella difesa della fede, ma animato nel profondo da una intensa ricerca spirituale tesa ben oltre i dogmatismi, intimamente legata alle tradizioni più antiche e pregna di elementi condivisi anche dalle cavallerie spirituali sufi mediorientali.

Conclude il trittico un’accurata analisi sull’attività di accoglienza popolare e nobiliare e sulla presenza dell’Ordine nell’estremo nord italiano, nell’area compresa fra Novara e l’Ossola, nelle cui installazioni locali e vicende è nuovamente possibile riconoscere la stessa spiritualità silenziosa che animò i Cavalieri Giovanniti a Gerusalemme, a Cipro, a Rodi, a Malta e in Europa.

Patrocinato da S.O.G.IT. - Soccorso dell'Ordine di San Giovanni in Italia, sezione di Verbania

 

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Perche si chiama "Répit"?

Il “ritorno effimero in vita dei bambini mai nati” viene spesso indicato con il termine francese “répit”. Si ritiene in genere che il primo studioso “moderno” di questo fenomeno millenario a utilizzare tale termine sia stato Émile Nourry, esperto di folklore, che pubblicò nel 1911 un saggio sul “rito della piuma” con lo pseudonimo di Pierre Saintyves.

I significati etimologici derivabili da tale sostantivo sono molteplici: termine di pagamento; si dice di una persona che si è rimessa dopo una malattia grave; Sosta, sospensione momentanea di un’azione, di un obbligo, di una tensione, di una sofferenza fisica o morale, interruzione, pausa, riprendere fiato, tregua; tempo di riposo, rilassamento, allentamento, sosta, pausa; riposo, rilassamento salutare, pausa di alcuni giorni, anno, istante, giorno, momento, settimana, tempo di pausa.

Ma Saintyves, in verità, permuta “répit” da un passaggio, preso quasi letteralmente, di un corposo lavoro dell'abbé Corblet che, nel 1881, aveva raccolto in otto tomi le sue ricerche sulla storia e le origini del Battesimo e già citava alcuni casi francesi di “ritorno effimero in vita” dei bambini mai nati.

Ismerie 1

Secondo il prelato, che non fornisce chiarimenti in merito, la denominazione sarebbe stata coniata in Piccardia e si riferirebbe non al rito, bensì al luogo in cui si svolgeva: “En Picardie on donnait le nom de répits, aux chapelles qui étaient censées jouir de ce privilège miraculeux” (In Piccardia è stato dato il nome di répit, alle cappelle che erano reputate beneficiare di tale miracoloso privilegio).

E poiché, nella regione i “répit”, conosciuti sono soltanto due - la Cattedrale di Amiens e Notre Dame de Liesse - è possibile che il nome o soprannome originario sia fiorito presso uno dei due santuari e in seguito sia diventato di uso comune.

Tra i due, il più antico e più probabile luogo di origine del termine è Notre Dame de Liesse, la cattedrale che custodisce una delle più antiche Vergini nere francesi, che operò prodigi della “doppia morte” per secoli prima che la stessa usanza cominciasse ad essere praticata anche ad Amiens (dove il primo caso risale al 1655 e si verificò nella Cappella dell'Annunciazione, di fronte alla pala d'altare di Nicolas Basset). La sua storia leggendaria è all'origine dei suoi numerosi prodigi tra i primi dei quali, appunto, figura proprio una “doppia morte”: la vita sarebbe stata brevemente restituita, infatti, tra il XII e il XII secolo, al figlio di un mercante borgognone. Si racconta che la madre si fosse addormentata durante il bagno lasciando cadere in acqua il bambino, di soli quindici giorni. Il mercante, tornato a casa, avrebbe trovato la consorte in prigione accusata di infanticidio e il figlio già sepolto da almeno quattro giorni.

Per tentare di salvare dalla pena di morte la moglie, il borgognone aveva infine deciso di disseppellire il corpicino e di portarlo al cospetto del giudice per dimostrare che si era trattato di un incidente. Ma, una volta che il bimbo era stato tra le sue braccia, vedendone lo stato ancora buono di conservazione, si era lasciato andare a una preghiera alla Signora di Liesse - alla quale era molto devoto e che già aveva invocato tempo prima affinché proteggesse quel parto - e improvvisamente il figlio aveva cominciato a dare segni di vita.

Ismerie 2

Il nome “répit”, potrebbe celare le sue origini nella leggendaria vicenda della statua della Beata Vergine Nera di Liesse. Per quanto poco o nulla, a parte il colore dominante, richiami quel lontano paese, il simulacro proviene dell'Egitto.

Protagonisti del suo arrivo in terra francese furono i Cavalieri di San Giovanni, stanziati nella vicina Làon, presso l'Abbazia di San Giovanni. La frammentaria ma precisa memoria lasciata dal cancelliere dell'Ordine fra' Melchiorre Bandini, racconta di come, nel 1134, tre dei cavalieri laonesi erano partiti per la Terra Santa e si trovavano quell'anno impegnati al confine meridionale del Regno di Gerusalemme, dove il re Foulques aveva affidato all'Ordine Ospitaliero la fortezza di Bethgebrim, l'antica Bersabea, all'indomani della conquista di Ascalona, presidiata invece dai Templari. Nel mese di Agosto i tre erano caduti un'imboscata tesa loro dai soldati del califfo egiziano mentre pattugliavano la strada di collegamento fra le due città.

Portati in catene fino alle prigioni de Il Cairo, gli aguzzini del califfo avevano senza successo tentato di convincerli a convertirsi all'Islam. Infine il califfo in persona, adirato per la loro resistenza, aveva mandato da loro l'amata e piacente figlia, Ismérie, con la speranza che cedessero alle sue lusinghe. Ma a vacillare era stata invece la stessa “sultana”, colpita dalla parole e dalla venerazione per la Vergine che i tre mostravano. Così, per metterli alla prova, aveva chiesto loro di realizzarne un'immagine, affinché potesse vedere con i suoi occhi questa figura celestiale e aveva dato loro strumenti e un lume. Nella notte, nonostante il Signore d'Eppes, il Signore di Marchois e il terzo cavaliere (di cui non si ricorda il nome), non avessero alcuna velleità e capacità artistica, era accaduto il prodigio. Un angelo aveva scolpito per loro, mentre dormivano, una statua della Vergine.

Il mattino seguente Ismérie, profondamente colpita dalla visione di quella effige, l'aveva portata nei suoi appartamenti. In sogno la Vergine le era apparsa, convincendola a convertirsi e a liberare i tre cavalieri e così era accaduto. Il quartetto aveva viaggiato per giorni nel deserto, cercando di sfuggire ai soldati del califfo, finché si erano addormentati sotto una palma e di nuovo, prodigiosamente, erano stati trasportati fino a Liesse.

Ismérie aveva ricevuto il battesimo con il nuovo nome “Maria” e aveva vissuto presso la cappella, pare, fino alla morte. Il suo corpo santo sarebbe stato sepolto nella navata della nuova cattedrale in costruzione, insieme ai tre eroici cavalieri.

Ismerie 3

Dove finisce la storia, però, comincia il mistero. Il racconto si snoda tra la realtà terrena e la dimensione del sogno che si alternano ripetutamente, indicando la precisa volontà di ricollegare e rendere “cristianamente” accettabili fatti che, altrimenti, non lo sarebbero. La verità, se ancora è possibile scorgerla, si nasconde nei dettagli.

I protagonisti sono tre, ma soltanto due hanno un nome, uno invece rimane imprecisato, quasi come se non fosse possibile attribuirgli - o non ce ne fosse bisogno - neppure un titolo oltre a quello generico di cavaliere. Sono dunque davvero tre diversi individui o sono forse le tre (in senso simbolico) “personalità” di uno stesso guerriero?

Quanto a Ismérie, ha un nome davvero insolito e tutt'ora senza una spiegazione esaustiva. Potrebbe essere una corruzione, come molti sostengono, del nome proprio germanico “Ismar”, il cui uso in Piccardia, però, non è semplice da motivare. Compare altrove solo nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, secondo cui si chiamava così la Madre di Santa Anna e nonna della Vergine Maria, di cui non c'é tuttavia, alcuna altra traccia, neppure biblica.

Scarsamente invece, poiché l'idea dominante è che la statua non possa essere venuta dall'Egitto e quindi la storia sia una “devota fantasia”, l'attenzione è stata rivolta proprio ad una possibile origine “moresca”. Nella lingua araba, esiste infatti il termine “izmer” o “zmer/zemer”, dalla radice “zmr” che, variando le vocali inserite (secondo la costruzione lessicale semitica), assume molteplici significati tra cui “cuore”, “avere a cuore” cioè “amare” e “fare musica/cantare”.

Nella forma in cui si presenta potrebbe assumere un valore ”passivo”, quindi potrebbe essere tradotto come “colei che sta a cuore a”, “l'amata da”. E questo è precisamente l'equivalente dell'antico titolo egiziano “mer-i-amon”, “amata da Amon” (e anche “nel cuore di Amon”), con cui veniva invocata la dea Iside. Più precisamente il nome completo era Is (is) Meri-a(mon), da cui potrebbe essere stato derivato Isméria/Ismérie.

Curiosamente, poi, il nome Ismérie viene attribuito indifferentemente sia alla “sultana” convertita che alla sacra effige di Nostra signora di Liesse. Essa stessa è Ismérie. Il motivo di questa confusione, solo apparente, è nella particolare spiegazione, assolutamente non gradita a Santa Romana Chiesa, che anticamente i fedeli di Liesse davano della venerata statua. In essa non vedevano un Madonna con Bambino, bensì - ce lo ricordano i primi “storici” che scrissero dei fatti di Liesse - la principessa egiziana Ismérie assisa in trono che “presenta” la Vergine. Quest'ultima dunque sarebbe stata rappresentata come una giovane Maria, Maria Bambina o Maria Nascente.

Così l'immagine ricorda molto la scultura antica egizia, non nelle forme ma nell'impostazione, con la divinità di grandi proporzioni, ai cui piedi o presso le cui ginocchia sta il faraone, di proporzioni nettamente più ridotte, che è anch'egli una divinità, ma di “rango inferiore”, più “terreno”, non ancora assunto nelle schiere celesti, in divenire.

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L'aiuto provvidenziale che la Vergine Nera Ismérie elargisce è la “liberazione dalle costrizioni” (dalle catene): emancipa la principessa dalla non-fede (dalla non-credenza nella Vergine cristiana), attraverso di essa affranca dai ceppi i tre cavalieri e infine riscatta il quartetto dalla permanenza forzata in terra straniera, trasportandoli nel sonno fino a Liesse.

Questa stessa particolarità è propria della dea Iside Egizia in quanto “mer-i-amon”, in un suo particolare aspetto venerato, come altri, nell'immagine di una misteriosa e assai invocata dea dalla testa leonina (il leone è rappresentazione della forza che si sprigiona) che aveva templi da Elefantina ad Athribis. Africana era la sua origine, non tanto per la pelle scura (con cui tutti gli dei egizi venivano raffigurati) quanto perché rappresentata accanto a una gazzella, animale delle savane e tipica preda del leone, ma che il leone “può decidere” di lasciare libera.

Altrettanto “africana” doveva essere Ismérie, spesso indicata come “soudane”, non nel senso di “sultana” ma di “sudanese”: il padre è infatti stato identificato in uno dei califfi/imam egiziani (al-Ḥāfiẓ li-dīn Allāh), non in un sultano (il primo sultano d'Egitto fu Saladino, nominato nel 1175/1176).

La dea egizia era la protettrice delle cataratte, i “salti” o cascate del Nilo, vere e proprie porte attraverso cui l'acqua scura del fiume poteva raggiungere i campi e fertilizzarli. La sua benevolenza era della massima importanza affinché le cateratte rimanessero aperte, altrimenti l'acqua sarebbe rimasta imprigionata negli altipiani africani.

Era colei che “apriva la porta degli eoni”, poiché il giogo dei giochi, la prigione per eccellenza è il tempo, della cui progressione era la divinità. Era dunque il nume del rinnovamento, del tempo eterno e del rinnovamento. Poiché era “nel cuore di Amon” rappresentava il “cuore ideale” del defunto, leggero come la piuma, così da essere immune alla bilancia di Anubis, liberò dall'afflizione del tempo e degno di entrare nell'eternità.

Era venerata con mille nomi - Ahemait, Amam, Ammemet, Ammit, Ammut, Amtent, Aperetiset, Triphis (presso i greci) - e aveva il proprio importante sacrario nel tempio della nascita di Dendera e in tutti gli altri templi legati alla nascita terrena e alla rinascita. Ma aveva un nome particolare, lo stesso con cui veniva designata l' “immagine perfetta” di ogni Dio, come la miracolosa immagine di Liesse.

Il suo nome era Répit.

Ismérie, l'antica di tutti gli antichi è l'immagine (répit) di sé stessa che si rinnova (ringiovanisce, si mostra come bambina) in accordo con i nuovi tempi, liberandosi dal giogo della propria “vecchiaia”. La principessa “sultana” altrettanto, aveva visto sé stessa rinnovata e se ne era fatta veicolo, così come era accaduto a un'altra Maria a Nazareth molto tempo prima.

Ismerie 5

Liesse è il luogo (in occidente) del nuovo rinnovamento, così come l'antico luogo (in oriente) è l'Egitto (antico). Proprio questa liberazione da una certa “spiritualità antica”, per quanto cristiana, a favore di una spiritualità nuova, ma che nello stesso tempo è più vicina a quella primordiale, è ciò che con buona probabilità, cercavano e sperimentavano i Cavalieri di San Giovanni e i loro fratelli Templari, almeno nelle iniziali intenzioni. Tant'è che a Malta, fin dal 1620 esisteva una chiesa dedicata a Notre-Dame-de-Liesse, in quanto “patrona” dei Giovanniti, che era stata costruita a spese personali del bailo d'Armenia fra' Giacomo Chenn de Bellay. Tra le sue mura si conservano tutt'ora le spoglie di San Generoso, personificazione della tenera prodigalità della Nera Vergine; un dipinto del 1623 del Casarino (allievo di Caravaggio) raffigurante San Mauro che guarisce un fanciullo e un altro dello stesso autore che ritrae San Luigi, annoverato tra i patroni del répit.

A chi portare, dunque un fanciullo morto prima-del-tempo se non a colei che del tempo-che-ritorna è Signora?

 

 

[Le foto di questo breve saggio sono tratte da Duployé, (abbé) Émile e Duployé, (abbé) Aldoric, Histoire de Notre-Dame-De Liesse, Liesse-Notre-Dame, 1862]

 


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BIBLIOGRAFIA

Bandini, (frà) Mechiorre, Historia di Detta Religione, 1464

Corbet, (abbé) Jules, Histoire dogmatique, liturgique et archéologique du sacrement de baptême, Paris, V. Palmé, 1881

Duployé, (abbé) Émile e Duployé, (abbé) Aldoric, Histoire de Notre-Dame-De Liesse, Liesse Notre Dame, Liesse-Notre-Dame. Pottelain-Masson, 1862

Duployé, Aldoin, Notre-Dame-de-Liesse: légende et pélerinage, Laon, Brissard-Binet, 1862

Duployé, (abbé) Émile e Duployé, (abbé) Aldoric, Légende et cantique de Notre-Dame de Liesse, Laon, Ed. Fleury, 1862

Le Clere, Adrien, Des pélerinages de Notre-Dame de Liesse, Paris, Librairie de A. Le Clere et Cie, 1833

Petrie, William Matthew Flinders, Athribis, in Britsh School of Archaeology in Egypt and Egyptian Research Account XIV year 1908, London, Office of School of Archaeology University College, 1908

SaintYves, Pierre, Les résurrections d'enfants morts-nés et les sanctuaires à répit, in Revue d'ethnographie et de sociologie II (1911), Paris, Ernest Leroux, 1911

Villette, Etienne Nicolas, Histoire de Notre-Dame de Liesse, Laon, A. Rennesson, 1708

Villette, Etienne Nicolas, Histoire de l'image miraculeuse de Notre-Dame de Liesse: avec discours préliminaire sur la vérité de cette histoire, & sur l'antiquite de la chapelle de Liesse, Laon, C. Courtois, 1743


 

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