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La fabbrica dei santi immaginari

Anno 776. Un messaggero trafelato sfreccia lungo i ciottolati di Novaria fino alla sede vescovile. Smonta dal cavallo schiumante e corre, strabuzzando gli occhi per lo sforzo, su per le scale. Carica a testa bassa come un toro infuriato tutte le porte che gli ostacolano il cammino, finché raggiunge la stanza del vescovo. Stremato si getta ai suoi piedi, bacia l'anello con le labbra secche e ansimando gli consegna una pergamena che tiene con pugno incerto.

Sicardo veglia sulle anime di quelle terre da diversi anni. Ha faticato tanto per mantenere la sua posizione e il suo status, ha trattato con potenti e sovrani, ha accettato ogni sorta di compromessi. Ma questo no! Mentre legge i suoi occhi si fanno piccoli, le mani tremano. Chiude di scatto la pergamena e la getta di lato con tutta la violenza che ha in corpo. Il messaggero è ancora ai suoi piedi, attende.

Il re dei Franchi, quel Carlo di Aquisgrana, dopo che il fratello e co-reggente era morto, si era messo in testa di diventare imperatore di mezz'Europa. A quanto pare ci stava anche riuscendo. Da una manciata di mesi aveva sottomesso le terre dei Longobardi e si era nominato loro re. Poco male: nobili, possessores ed ecclesiastici erano stati lasciati al loro posto.

Ma l'anno precedente quell'infame traditore senza cervello di un Tassilone, dopo aver lasciato che il nuovo re spodestasse suo suocero Desiderio, aveva cercato di riprendersi il regno appoggiando Rotgaudo e gli altri duchi ribelli. E aveva scoperto troppo tardi di essersi sbagliato di grosso. Il “franco” era un osso duro.

La rivolta era stata definitivamente sedata, questo si sapeva. Ma l'infausta missiva che Sicardo aveva scagliato in un angolo conteneva la peggiore delle notizie. Il nuovo re stava sostituendo con vassalli propri, scelti nelle élites d'oltralpe, franche, bavare, alemanne, burgunde, tutti i precedenti dignitari longobardi rivoltosi. Adesso giungeva voce che aveva cominciato a rimuovere anche quelli delle terre adiacenti e c'era chi giurava che avrebbe proceduto così in tutto il regno longobardo.

Presto sarebbe toccato anche a Novara. Maledizione! Che Iddio lo perdoni per quell'imprecazione, ma non c'è tempo da perdere!

Solo chi aveva dimostrato fedeltà al nuovo re e dimostrato l'utilità strategica di essere lasciato al proprio posto, era stato risparmiato. Secondo l'informatore di Sicardo, gli ecclesiastici che avevano conservato il loro status erano quelli che avevano potuto contare sull'appartenenza ad una lunga tradizione facente capo ad un qualche antico “santo” portatore della Religione.

Ecco! Il vescovo fa chiamare con urgenza lo scrivano e finalmente congeda il povero messaggero.

 CarloMagno2

 

Dev'essere andata più o meno così, in quel periodo incerto per la conoscenza, durante il quale nacque ufficialmente il culto di molti “santi” cristianizzatori. I vescovi e i vassalli locali terrorizzati dall'ondata “riformatrice” di Carlo Magno che intendeva sostituirli con suoi fedeli rappresentanti, si salvarono ritrovando le origini quasi mitiche del loro potere, a suon di “vite” confezionate su misura e santificazioni forzate.

Com'era giunta infatti la Religione nelle valli più remote? Come si era diffusa fin nel Novarese, tra i laghi e in Ossola? Dopo la promulgazione dell'Editto di Milano del 313 il Cristianesimo era diventato religione “di stato”. Il processo per la verità richiese molto tempo, ma fu il santo imperatore “vescovo dei vescovi” a gettarne le basi.

Senza dubbio tra i motivi che avevano immediatamente destato l'interesse di nobili e potenti per la nuova Religione, c'erano le disposizioni che lo stesso Costantino aveva stabilito e in particolare quella per cui i chierici cattolici dovevano essere esonerati da tutti i munera civilia (oneri fiscali, tasse, servizio militare, obblighi statali, ecc...). La loro esistenza, infatti, doveva essere necessariamente dedicata a officiare il culto a Dio, affinché potesse procurare tutti i possibili benefici divini alle genti.

 

costantino

 

Accattivarsi Costantino e accedere ai benefici fiscali connessi all'adesione al Cristianesimo, fu dunque una buona motivazione che subito avvicinò i possessores di tutto l'impero e soprattutto di quelle zone che non erano sotto il controllo diretto di uno dei pochi vescovi fino ad allora esistenti. I nobili possessori dei terreni non esitarono, per motivi “politici” a radunare intorno a sé le prime comunità di nuovi credenti, affidandole poi a predicatori appositamente reclutati.

I primi edifici di culto altro non furono che le cappelle fatte costruire dai “possessores” accanto delle loro abitazioni. Accade proprio così nel Novarese e in Ossola. A Sizzano (Sitianum o anche Siccianum, forse da Sitius, nome del probabile possessor del luogo) gli scavi archeologici hanno portato alla luce un'antica villa o domus romana del I secolo d.C. Annesso alla struttura principale è stato rinvenuto un oratorio di 12 metri per 12 metri, risalente proprio al IV secolo.

 

BattMontorf

 

Ma Costantino, non si era fermato al riconoscimento di certi benefici. Li aveva vincolati: solo i chierici che amministravano correttamente i riti e diffondevano i culti della nuova Religione potevano vederli riconosciuti. Per gli altri, per gli immeritevoli immeritevoli, aveva invece coniato uno specifico termine giuridico apposito:haereticus”, attraverso il quale riconoscerne la mancanza di virtù e addirittura spodestarli al bisogno come era accaduto per la faccenda dei “donatisti” irretiti dal vescovo di Numidia.

Perciò fu premura di ogni possessor assegnare la propria cappella nel pagus a un preposto, itinerante, con l'incarico non solo di celebrare e battezzare ma anche di recarsi nei villaggi a predicare e diffondere la “lieta novella”. Il legame tra ogni nuovo battezzato e il suo battezzatore fu, all'inizio, l'elemento su cui si strutturarono le chiese proto-pievane. Non contava dove si chiedeva il battesimo, ma a chi lo si chiedeva.

I primi predicatori venivano “assunti” da lontano, forse convincendoli ad abbandonare gruppi cristiani già precostituiti in cui al preposto già si affiancava una sorta di “collegio” simile a quelli sacerdotali romani. Il “possessor” di Novaria, fondata la cappella presso la sua grande casa l'aveva affidata a un certo Lorenzo. Ma affinché la Religione si diffondesse e i privilegi si consolidassero, serviva un predicatore vero. Così, consigliato forse dal vescovo di VercelliEusebio per tramite del milanese Ambrogio, aveva convinto a scendere nelle sue terre un celta di nome Gaudenzio, che si prodigava da tempo a far accettare il Vangelo ai popolani delle campagne di Eporedia.

SanGaude

 

Intanto, in quegli stessi tempi, tra il IV e il VI secolo, il senatore romano Audenzio, possessor delle terre intorno al Lago di Orta destinato alla santificazione, aveva assoldato, con identici fini, un predicatore errante fatto venire da oriente e precisamente da un isola del Golfo Sarnico, tra l'Attica e l'Argolide. Nato su un'isola, sarebbe stato sepolto, su un'altra, quella del lago, alimentando innumerevoli speculazioni su di sé e sui suoi seguaci.

 

scriptusGaudi

 

Due colpi secchi alla porta. Un grugnito di assenso. Lo scrivano entra in tutta fretta, gli occhi ben a terra e si prostra davanti al vescovo assorto nei suoi pensieri. Ha portato con sé un rotolo sgualcito, come Sicardo gli aveva chiesto di fare. Ad un cenno, con voce tremula, comincia a leggere.

 

... beati Gaudentii novariensis civitatis, quae gaudet eum plebs universa patronum. His gestis beati viri ut si indignis quibuscumque explicata sunt dictis, nunc tempore congruo terminus dare disponimus, ori manum imponimus, introrsus ad coscientiam redire festinamus.Et quidem indigni famuli dum imitari non possumus, patroum nobis fieri precibus postulemus, ut eius meritis adiuvemur...

 

Non basta. I pochi versi redatti tempo prima dal suo predecessore Leone sono quasi inutili. I ministri dell'imperatore non accetterebbero mai di mantenerlo vescovo solo per quelle poche parole. Ci vuole ben altro.

Lo scrivano attende a membra contratte, temendo l'ennesimo violento scatto d'ira del presbitero. La rabbia che cova dentro non si fa - come sempre - aspettare, concentrandosi tutta nel terribile pugno che Sicardo abbatte sul tavolo. Il colpo è talmente forte che la brocca colma d'acqua prende a tentennare pericolosamente, fino a rovesciarsi, spargendo ovunque il liquido che contiene.

E mentre le gocce stillano sui piedi del malcapitato scrivano, il vescovo ha un'improvvisa illuminazione.

La mancanza di notizie sul primo vescovo di Novaria può giocare a suo favore. Quel che manca verrà fabbricato! E poiché non è mai esistito prima, nessuno potrà mai dire che è falso. Ma, affinché sia più vero del vero, dovrà essere ispirato alle leggende di altri vescovi ben più illustri. Anzi, sarà vescovo pure Gaudenzio, il primo di tutti. Meglio ancora, sarà santo!

Al tramonto lo scrivano è di nuovo ai suoi piedi. Sul tavolo, ripulito dal piccolo disastro ha appena srotolato le pergamene che contengono le “legendae” di San Martino, Sant'Eusebio Sant'Ambrogio e Sant'Agabio, Gli acta di San Dionigi e il Passio di San Lorenzo, da cui trarre tutti i necessari spunti.

E mentre il sole si fa rosso come il sangue prodigioso dei santi, Sicardo comincia a dettare.

 

 

 

NOTA: Se si esclude un accenno al vescovo Leone, che ne retrodaterebbe la stesura (almeno in parte) al principio del VIII secolo, la vita di San Gaudenzio viene per lo più ascritta la periodo in cui era vescovo di Novara Sicardo. Nulla si sa di questo ecclesiastico. È invece certo che il suo successore Tito Levita abbia ordinato la trascrizione della raccolta di canoni conciliari della diocesi di Novara meglio nota con il titolo di Collectio Novariensis. A quell'epoca di riscoperta della storia di Novara risale l'invenzione dei santi novaresi che, più o meno, furono fabbricati così.

 PREDICATORE

 


BIBLIOGRAFIA

Battista Beccaria, Le Culture Preromane e Romane del Territorio Novarese, in Novarien 22, 1992

Giambattista Beccaria, Sulle origini cristiane novaresi. In margine a quattro conferenze del gruppo di studio sulle culture preromane, romane e barbariche del Novarese, Novarien 25, 1995

Giambattista Beccaria, Sulle Origini cristiane novaresi. Nuove acquisizioni. In margine alle conferenze del Gruppo di studio sulle Culture preromane, romane e barbariche del Novarese negli anni 1996 e 1997, in Novarien 27, 1997

Giambattista Beccaria, Note in margine al convegno e agli atti su Il cristianesimo a Novara e sul territorio: le origini, Novarien 28, 1998

Gianni Colombo, San Gaudenzio - Edizione critica della “Vita Sancti Gaudentii”, Novara, 1983

 


 

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Francesco Teruggi

Scrittore e giornalista pubblicista. Direttore delle collane "Malachite", "Agata" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti" (2015), autore del saggio "La Testa e la Spada. Studi sull'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni" (2017). Presidente dell'Associazione Culturale TRIASUNT.

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