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MAGDALENA (parte III) - Le reliquie dei Sette di Betania

Concludiamo l'excursus nella leggenda dei Sette di Betania con la vicenda del ritrovamento delle reliquie a loro attribuite.

Sui luoghi dove la tradizione ricordava fossero sepolti Lazzaro, le due Marie con Sara, Marta, Magdalena, Massimino e Sidonio, sorsero con i secoli piccole chiese-mausoleo. Ma le scorrerie saracene nel Mediterraneo al grido «La ilaha illa lllah» (Dio è Dio), soprattutto da che gli islamici si erano acquartierati proprio in Provenza, a Frassineto, per razziare le coste francesi e liguri nel IX secolo, avevano costretto i popoli gallici della costa a nascondere i loro santi per proteggerli. Le scarse cronache ipotizzano che fossero state traslate in gran segreto in monasteri inaccessibili o che si trovassero nei forzieri di qualche signorotto locale. Ma erano solo voci e non fecero che alimentare leggende senza fondamento. Dei possibili resti santi, insomma, si finì per perdere, almeno apparentemente, ogni traccia.

Solo dal X secolo, dopo che Guglielmo I di Provenza era riuscito a cacciare definitivamente i Saraceni dalle coste marsigliesi (963 d.C.), ci si cominciò a chiedere se la tradizioni fossero vere, dando inizio alla riscoperta1 delle reliquie dei Sette di Betania. I rinvenimenti furono al centro di aspre contese in cui pietas popolare, poteri terreni e poteri spirituali si diedero battaglia senza sosta per molto tempo.

I primi resti emersero dal passato leggendario in Borgogna nel 972, ad Autun. Qui era appena cominciata la costruzione della nuova cattedrale che avrebbe custodito i resti mortali di Lazzaro, provenienti dall'abbazia di San Vittore a Marsiglia, dove erano stati rinvenuti. Inizialmente deposti nella vicina chiesa di San Nazario, insieme a quelli del santo martire trovati già nel 542 a Milano da Sant'Ambrogio e fatti qui portare, furono poi traslati nell'adiacente nuovo edificio sacro nel 1146. La presenza nella cattedrale di una sola reliquia, la possibile confusione tra Lazzaro di Betania e il vescovo Lazzaro di Aix (entrambi santi) e la similitudine di nomi dei due patroni di Autun (Lazaire e Nazaire, in Francese) ha dato origine ad un'ancora irrisolta disputa su chi sia il santo cui appartengono.

Autun, Cattedrale di Saint Lazaire

Negli stessi periodi e in un luogo non molto distante riapparirono per la prima volta dalle tenebre della leggenda anche le reliquie di Maria Maddalena. Curiosamente, il protagonista di questa vicenda è un monaco originario proprio di Autun2. Mentre si costruiva la nuova cattedrale di San Lazzaro, nella vicina Vezelay esisteva già dall'859 una chiesa dedicata a Maria di Magdala e qui i monaci benedettini avevano cominciato dal 1050 a sostenere di custodirne le reliquie. Il possesso era stato confermato da Papa Leone XI e dieci anni dopo dal suo successore Stefano IX. Ma come erano arrivate fin lì?

Secondo una tradizione erano state portate a Vezelay dal monaco San Baudilo, fuggito in Terra Santa da Autun. La Chanson de Girart de Rousillon racconta ,invece, che fu proprio il protagonista, il borgognone Girart conte di Vienne, a riceverle da un pellegrino, tale Guintrant, tornato dalla Terra Santa. Infine, cominciò a circolare una terza versione dei fatti, secondo cui Girart de Roussillon avrebbe mandato San Baudilo, appena tornato dalla Terra Santa, a cercare le reliquie di Maria Maddalena a Saint Maximin.

Vezelay, interno della Cattedrale

Non c'é traccia storica del passaggio di San Baudilo a Saint Maximin, ma l'Incartamento di Saint Victor del 1038 riporta la notizia di lavori di ristrutturazione di alcune proprietà monastiche cassianiste da parte del Vescovo di Aix, tra le quali figura proprio Saint Maximin. Per la tradizione, comunque, qui giunto il monaco avrebbe trovato in un mausoleo fuori dal paese tre sarcofagi. Uno era dedicato a San Massimino, uno a San Sidonio e il terzo a Maria di Magdala. Da quest'ultimo avrebbe prelevato i resti, per portarli a Vezelay dove, dopo la certificazione papale, sarebbe cominciata la costruzione di una nuova grande cattedrale per custodirli.

Pochi anni dopo, nel 1187, cominciarono i lavori di ritrutturazione delle chiesa di Tarascon, vicino ad Arles, sorta secoli prima sul luogo dove, secondo la tradizione, era stata sepolta Marta, sorella di Maria Maddalena. I resti rinvenuti, inaspettatamente, durante i lavori furono immediatamente identificati con quelli della santa addomesticatrice della mostruosa Tarasca. Così su queste reliquie si decise di innalzare una nuova chiesa collegiata, nella cui cripta ancora riposano.

Tarascon, reliquiario di S. Marta

Pochi decenni più tardi fu di nuovo Magdalena la protagonista della devozione provenzale. Nel 1265 Luigi IX di Francia, detto il «Santo», di ritorno dalla Crociata contro l'Egittoayyubide, decise di fare tappa alla Sainte Baume per rendere omaggio alla santa mirofora, a dimostrazione della persistente devozione a Maria di Magdala nella zona. Poi, nel 1279, Carlo d'Angiò ritrovò fortunosamente, seguendo certe indicazioni di un uomo molto anziano, un frammento datato 710 d.C. in cui si raccontava di come i resti mortali della Maddalena non fossero stati portati via da Saint Maximin per proteggerli dai Saraceni, bensì nascosti nel vicino sarcofago di Sidonio, scambiati con quelli del santo3. Insieme al frammento pare ci fosse una tavoletta d'argilla, prelevata dallo stesso sarcofago, su cui erano scritte le parole: «Qui giace il corpo di Santa Maria Maddalena». E fu proprio lì che il conte di Provenza, nonché pronipote di Luigi il Santo ritrovò reliquie che attribuì senza dubbio a Maria di Magdala avvolte, secondo le cronache, da un profumo «suave» (dal Francese, «che eleva»): il teschio e la lingua intatti e un brandello di tessuto di colore verde (!) che usciva dalla bocca, una vertebra, un frammento di anca4 tutti emananti «odor di santità».

Pianta della Cattedrale di Saint Maximin e della cripta della Magdalena

Immediatamente si diede inizio alla costruzione di una nuova, grandiosa cattedrale-reliquiario che avrebbe dovuto essere simile alla Saint Chapelle parigina, sui resti della chiesa romanica.

Sant Maximin, Cattedrale

Il sepolcro non fu toccato ed è ancora oggi la cripta dell'edificio, in cui riposano i tre santi nei loro sarcofagi disposti a ferro di cavallo, Magdalena verso sud, Maximin a est e Sidonio a ovest. Un quarto sarcofago, accanto a quello di Massimino conterrebbe i resti di Marcella, servitrice di Magdalena e Marta. Come già era accaduto ad Autun, a Vezelay e a Tarascon, Saint Maximin diventò immediatamente meta di pellegrinaggio. Ma con pari rapidità cominciarono anche le dispute con Vezelay la cui decadenza non tardò.

Cattedrale di Saint Maximin, interno della cripta

Il sepolcro di San Massimino non fu toccato, rimase com'era ma fu riadattato a cripta e il sarcofago di Maddalena, prima parallelo agli altri, fu addossato alla parete di fondo e murato per ricavare lo spazio necessario ad erigere un altare. Davanti all'ingresso fu posto un cartello in lingua provenzale: «Acquest luec glorious d'esta confession et de tan gran vertu et devotion que nul comte ni reys, ni autre principat o sia duc ou baron, ou autre potestat ames nullas armas, troque sie desarmat. Nulla dona qua sia per niguana santessa per richessa que aya, ni per nulla noblessa ni petita, ni grans, sains nou devu intrar« (A questo luogo glorioso di questa confessione e di tanto grande virtù e devozione che nessun conte né re, ne altro principe o che sia duca o barone, o altra potestà, non sia ammessa nessuna arma, al contrario che si sia disarmati. Nessun dono che non venga da un qualche santità, per ricchezza che si possegga, ne per nessuna nobiltà, né piccola, né grande, senza non vi si deve entrare).

Il cartello, un monito ad entrare «disarmati» cioè nudi, spogliati di ogni cosa fuorché di «doni di santità», era già sparito ai tempi di Luigi XIV ma la cripta, ancora oggi, «toglie le armi» a chiunque vi entri. L'accesso sembra un sorta di filtro, una membrana.

La sensazione è quella di essere respinti. Superandolo però, si finisce nell'abbraccio dei santi che qui riposano. Sul fondo occhieggia con le sue orbite vuote, eppur così piene, la parte frontale del teschio della Magdalena incastonato nel reliquiario a forma di busto, un viso dalle ossa brune, scure ma piene di luce, che guarda verso Nord.

Saint Maximin, reliquiario di Santa Maria Maddalena

Ad un altro angioino, Renato, si deve infine l'opera di riscoperta delle reliquie delle Sante Marie in Camargue, nel 1448 su autorizzazione del papa Nicola V. Dei resti delle due sante si conservava ancora, all'epoca, un ricordo preciso del fatto che per sottrarle ai Saraceni fossero state nascoste da qualche parte nella chiesa a loro dedicata a Ratis. La bolla papale che autorizzava gli scavi fu redatta l'8 Agosto di quell'anno, ma solo il 17 Novembre i due commissari apostolici nominati a sovrintendere, il vescovo di Aix e quello di Marsiglia, iniziarono le ricerche.

Pianta e ritrovamenti nella chiesa-santuario di Les Saintes Maries de La Mer

Scavarono dapprima nella cappella inglobata nell'edificio, il primo oratorio sorto sui resti delle sante. Ma trovarono soltanto l'antico pozzo ancora visibile oggi al centro della chiesa e la fonte miracolosa che lo alimenta. Quindi decisero di procedere verso il coro e l'abside. Scavando finirono per imbattersi in un muro interrato al quale erano state addossate alcune sepolture: quella di un uomo di mezza età verso sud, quelle di tre infanti disposte a triangolo verso nord. Oltre il muro rinvennero poi l'accesso ad una piccola grotta e nel muro stesso i resti di un piccolo varco che permetteva di passare direttamente dalla cappella alla grotta.

Continuando a dirigersi verso l'altare maggiore, sul fondo dell'abside, rinvennero una buca riempita di terra diversa da quella circostante, che celava una colonnina sormontata da una pietra di marmo bianco, una sorta di altare portatile.

Trovarono infine le Sante Marie sepolte proprio davanti all'altare maggiore, ciascuna con i piedi accostati ad un angolo dell'altare, fianco a fianco, separate solo da una distanza di tre passi. Una delle due giaceva in una fossa contornata da pietre lavorate chiamate in Provenzalauses. La testa dell'altro corpo era deposta su una sorta di cuscino di pietra. Entrambe avevano le braccia incrociate sul petto.

Les Saintes Maries de La Mer, cuscino marmoreo delle Sante

Il 4 Dicembre, durante una solenne cerimonia, le due Marie furono sollevate dai loro sepolcri, deposte in un prezioso reliquiario e issate nella cappella di San Michele, sopra l'abside, appositamente restaurata per accoglierle.

La testa custodita in un involucro di piombo, che era stata rinvenuta lungo la linea tra l'altare e l'ingresso del coro e gli altri resti umani ritrovati, furono invece raccolti insieme in una cassa inserita nell'altare della nuova cripta, dedicata a Santa Sara, fatta ricavare sotto l'abside da Renato d'Angiò poco dopo il ritrovamento delle due Marie. Poco dopo, anche Les Saintes Maries de La Mer, come fu poi ribattezzata Ratis, diventò un celebre luogo di pellegrinaggio.

Un secolo più tardi, Vezelay perse definitivamente le sue reliquie, distrutte dai calvinisti francesi durante le Guerre di Religione e con esse la sua fama. Quelle attualmente custodite nella cripta sono frammenti di ossa provenienti da Saint Maximin e donati dal Papa Martino IV alla Diocesi di Sens nel 1281, il cui arcivescovo a sua volta ne fece dono a Vezelay nel 1876.

Anche la Camargue, nei secoli, perse per breve tempo le sue reliquie, trafugate da alcuni pii devoti nel 1793, per sottrarle alla furia dei rivoluzionari francesi che invasero il paese nel 1794 al grido di «Bruciate le Sante! Bruciate le Sante!». Quando se ne andarono portarono con sé tutti gli arredi in metallo prezioso, compresi i reliquiari ormai vuoti e la cassa di piombo dell'altare della cripta. Le ossa che trovarono all'interno furono abbandonate in un angolo, ma alcune donne le raccolsero e le custodirono nelle loro case.

Nel 1797, finita la Rivoluzione, le due Marie erano scomparse. In ciò che restava dei reliquiari si rinvennero solo frammenti attribuiti a San Giacomo il minore. Tornarono finalmente nella cappella di San Michele solo nel 1863, dopo essere state ritrovate al termine di una roccambolesca ricerca tra cimiteri e poderi. In quell'occasione anche Santa Sara fu riconosciuta e ricollocata nell'altare della cripta dando inizio all'ormai famoso «Pellegrinaggio gitano».

Les Saintes Maries de La Mer, interno della chiesa-santuario

Nel 1975, non ancora sopita la disputa tra Vezelay e Saint Maximin, le reliquie della Magdalena furono sottoposte ad attenti esami scientifici presso i laboratori del CNRS (centro di ricerca dell'Istituto di Archeologia Mediterranea). Il lembo di tessuto frontale noto come NOLI ME TANGERE (la parte della testa della Santa su cui Gesù risorto, secondo il Vangelo di Giovanni 20:17, avrebbe posto la sua mano, intimandole di non toccarlo o, in una diversa interpretazione, di non trattenerlo) davvero si è rivelato essere una porzione di tessuto osseo compatibile con le cartilagini del naso e della zona frontale del cranio.

Quanto al teschio, è risultato appartenere ad una donna di provenienza mediterranea/mediorientale morta approssimativamente all'età di cinquant'anni. Il suo sguardo scuro e luminoso guarda ancora a nord.

 

 


NOTE

 

1È certamente curioso che il termine francese con cui viene indicata la riscoperta di una reliquia sia «invention», ma con l'italico «invenzione» ha in comune solo la radice etimologica latina e significa semplicemente «trovare dopo una lunga ricerca».

2A tal proposito va anche ricordato che Autun, Vezelay e gli altri luoghi che custodivano le reliquie dei Sette di Betania tra il X e il XII secolo facevano ancora tutti parte del ducato di Borgogna, sotto il Regno di Francia ed erano stati separati dalla contea di Borgogna, inglobata nel Sacro Romano Impero.

3Il rinvenimento di alcune tombe interrate rivestite di mattoni sotto il pavimento ha portato ad ipotizzare che una di quelle possa essere stata la prima sepoltura di Magdalena. Forse proprio qui furono prudentemente occultate le reliquie della Santa, sostituite nel sarcofago con quelle di Sidonio.

4Alla Sainte Baume si conservano inoltre alcuni capelli, un frammento di cranio e una tibia attribuiti sempre alla Magdalena.

 


BIBLIOGRAFIA

 

 

Yves Bridonneau, The Tomb of Mary-Magdalene Saint-Maximin-la-Sainte-Baume: Christianity's third more important tomb, 2006

A.Chapelle, Les Saintes-Maries-De-la-Mer L'église et le pèlerinage, 1997

Nicole Lazzarini, Contes et légendes de Provence, 2002

Géraldine Dubois-Galabrun e Pierre-Emmanuel Duret, La Sainte Baume, 2009

Ernest Ingersoll, Dragons and Dragon Lore, 1928

Michel Moncault, La Basilique Sainte-Marie-Madeleine et le Couvent Royal, 1985

Francis Salet, Le Madeleine de Vezelay, 1948

Hugues Delautre, La Madeleine de Vézelay: guide book and plans, 1983

 

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Francesco Teruggi

Scrittore e giornalista pubblicista. Direttore delle collane "Malachite", "Agata" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti" (2015), autore del saggio "La Testa e la Spada. Studi sull'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni" (2017). Presidente dell'Associazione Culturale TRIASUNT.

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