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Taj Mahal: Tomba o tempio vedico? - seconda parte

Taj Mahal: Tomba o tempio vedico? - seconda parte

Proseguiamo l'indagine sul Taj Mahal e sull'ipotesi della sua origine Indù, seguendo ancora i ragionamenti di P.N. Oak. Vediamo cosa c'é di vero intanto sulla figura di Shajahan.

Non esistono tracce della leggendaria storia d'amore di Shajahan con la principessa Mumtaz. I resoconti sono quasi inesistenti, incerti, tardi e privi di qualsivoglia fonte. Però sono ben note altre e numerose tresche di Shaahajan con altre donne, tra le quali addirittura una sua figlia Jahanara.

 

Secondo la tradizione Shahjan avrebbe contribuito alla diffusione delle arti e della letteratura. Le fonti storiche invece lo dipingono impegnato in ben 48 campagne militari durante i 30 anni del suo regno e le cronache a lui contemporanee lo ritraggono come un despota violento e spesso ubriaco.

 

Tombe di Shajahan e Mumtaz nel Taj Mahal - (c) http://astonishingindia20.blogspot.it

La leggenda riguardante gli ultimi anni di vita di Shahjahan è una falso clamoroso. Si dice che trascorse gli ultimi 8 anni, imprigionato in una galleria sulla cima del Red Fort di Agra, scrivendo senza sosta il nome dell'amata e confortato solo da uno specchietto – ancora visibile - in cui si rifletteva l'immagine del Taj. In realtà il vecchio Shahjahan fu imprigionato dal figlio Aurangzeb in una cella senza finestre nel basamento del forte. Inoltre, lo specchietto fu posizionato nel 1930 dall'archeologo Insha Allah Khan, con il solo scopo di mostrare come dovevano essere scintillanti un tempo quegli appartamenti rivestiti di piccoli specchi in cui l'immagine del Taj si rifletteva senza difficoltà.

P.N. Oak ha poi rintracciato altre e numerose incongruenze nelle fonti storiche più antiche.

Le cronache della corte di Shahajan, le “Badshahnam” (p.405 vol 1), indicano che il Maharaja, di Jaipur si sarebbe impossessato di un grande edificio sormontato da una cupola per farne il sepolcro per l'amata sposta Mumtaz. Tale costruzione era il palazzo del Raja Mansingh. Ciò contrasta con la tesi corrente secondo cui Shahajan avrebbe invece scelto un punto lungo il fiume per erigervi un grandioso mausoleo, per il quale furono necessari 22 anni di lavoro.

In almeno tre diverse cronache, "Aadaab-e-Alamgiri", "Yadgarnama" e "Muruqqa-i-Akbarabadi", viene riportato il testo di una lettera del principe Aurangzeb al padre Shahajan, con cui il figlio comunica al re che i diversi edifici presso i quali è sepolta Mumtaz, sono talmente vecchi e pieni di crepe da necessitare ristrutturazioni immediate.

Il successivo Maharaja di Jaipur conservò tra i suoi documenti personali due diversi ordini con i quali il predecessore Shahajan accampava diritti sul Tej-o-mahalai. L'aveva dunque usurpato?

Ben 14 capitoli del Corano decorano il Taj Mahal, ma non vi è una sola, minima allusione a Shahajan quale suo costruttore. Al contrario, un'iscrizione lasciata dal mastro scalpellino Amanat Khan Shirazi indica che il maharaja non costruì l'edificio ma si limitò a farlo deturpare con lettere scure. Osservando meglio le lettere che compongono le “sure”, in effetti, si riconosce che almeno alcune di esse sono ricavate modificando caratteri precedenti, sanscriti.

Ma non è finita. Anche i viaggiatori europei che raggiunsero l'India in epoche passate, riportarono elementi che contrastano fortemente con la versione ufficiale.

Il viaggiatore francese Tavernier, annotò nei suoi diari, trovandosi al cospetto del Taj Mahal, informazioni secondo cui Shahajan, in 22 anni, avrebbe solo apportato modifiche all'edificio esistente, rimuovendo i simboli di Shiva, erigendo i cenotafi, scolpendo “sure” del Corano sugli archi, murando camere e facendo alzare sei dei sette corsi del muro perimetrale.

L'inglese Pete Mundi nel 1632, descrivendo le meraviglie di Agra e il Taj Mahal, riportò che doveva essere stato uno splendido edificio anche in epoche precedenti.

L'olandese De Laet identificò il Palazzo del Raja Mansing, indicato nelle cronache di Shahajan come luogo di sepoltura di Mumtaz, in un edificio distante circa un miglio da Agra.

Palazzo del Raja Mansing a Burhanpur - (c) StephenKnapp.com

John Albert Mandeslo si trovava ad Agra proprio negli anni in cui si costruiva il Taj Mahal (1638). Ma stranamente non fa menzione dell'edificio, pur soffermandosi sulle bellezze della città.

L'unica fonte discordante sarebbe il "Tarikh-i-Tajmahal” il documento in possesso dei "guardiani del Taj Mahal", che proverebbe la storia tradizionale dell'edificio. Ma sono stati più volte sollevati dubbi fondati sulla sua autenticità, in particolare dallo storico H.G. Keene.

Del resto, ci sono in numerevoli incongurenze anche nelle date indicate dalle fonti o ricordate dalla tradizione.

Non è possibile stabilire con esattezza la data di morte né di Mumtaz né di Shahajan. La principessa si ritiene sia deceduta tra il 1629 e il 1932, ma non un solo documento o traccia storica permette di identificare la data con esattezza. Eppure, tra le 5000 concubine dell'harem era la preferita, l'amata di Shajahan. Nonostante ciò, il fatto sembra essere stato davvero di così poca importanza che la data non fu riportata neppure nel Taj stesso.

Le cronache, anzi, indicano che la morte della principessa avvenne a 600 miglia da Agra, a Burhanpur, dove esiste ancora una tomba di Mumtaz intatta. Shahjahan potrebbe dunque aver usato la morte di Mumtaz come un pretesto. Il "Badshahnama" infatti racconta che il corpo della principessa fu esumato e ritumulato nel Taj, ma non indica quando ciò avvenne. Usa una perifrasi (“un anno dopo”) che è insolita per un documento ufficiale e che, di conseguenza, sembra voler nascondere qualcosa.

Tomba di Mumtaz a Burhanpur - (c) StephenKnapp.com


Quanto al suo realizzatore, Shahjahan, neppure la data della sua morte è nota e documentata.

Non è possibile definire la durata dei lavori di costruzione, che variano, secondo le ipotesi, da 10 a 22 anni.

Non è noto il nome del progettista dell'edificio. L'architetto è variamente identificato con il persiano (o turco) Essa Effendy o Ahm ed Mehendis, con il francese Austin de Bordeaux, l'Italiano Geronimo Veroneo, oppure lo stesso Shahjahan.

Esaurite le considerazioni storiografiche, vale sicuramente la pensa di analizzare i tanti elementi costruttivi e architettonici del Taj che non confermano la tradizione ma, al contrario, sembrano proprio tracce di una storia diversa. Appuntamento al prossimo post...

 

 


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Francesco Teruggi

Scrittore e giornalista pubblicista. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti" (2015), autore del saggio "La Testa e la Spada. Studi sull'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni" (2017). Presidente dell'Associazione Culturale TRIASUNT.

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