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Le corna del sacrificio

Chissà perché... tutti o quasi gli animali sacrificali, in qualsiasi cultura e tradizione antica o moderna, sono animali con le corna. Questa semplice domanda, scaturita durante una discussione sui sacrifici rituali e sul “toro” quale animale prediletto, ci ha portati alle conclusioni esposte qui di seguito. Ringrazio Carlo (http://quartocentrale.blogspot.it) per l’intenso e fraterno scambio di opinioni e dedico il post alla nostra amica Stefania, che ha acceso il piacevole dibattito.

Il sacrificio tipico (non egoistico, ma per il prossimo) del “toro zodiacale” è volontario, mai imposto, né dall'interno, né dall'esterno. Se, tuttavia, lo fosse, dipenderebbe da una perdita di forza del toro, che avrebbe quindi il dovere di riacquisirla. La motivazione per cui tutti i giorni si sacrifica si rifà a quell'armonica fondante a cui è costituzionalmente legata, e a causa della quale regala al prossimo parti di sé, riacquistandone altre in abbondanza. Più si sacrifica regalando, più diventa grande il suo yin (la sua parte “femminina” e ricettiva) e la sua capacità di comprendere e abbracciare il mondo.

 

 

Ma perché parlare proprio di toro? E’ evidente il suo particolare ruolo mitico, mitologico e astrologico: è stato usato come rappresentante totemico (in virtù della sua intensa “virilità” intesa come spinta creativa) delle divinità celesti (dei e dee della creazione) in tutte le culture indo-mediterranee. A tal proposito bisogna notare che il sostantivo sanscrito per “toro” è “Gao” o “Go”, da cui il suffisso anglofono “GW” e l’inglese ”GOD”, Dio. Quanto alla sua natura lunare e al “nutrire” la sua parte femminile, ricettiva, con il sacrificio, in Persia la luna, con cui sono assimilate le sue corna, era chiamata anche “gao-cithra”, “conservatrice del seme del toro1. Il riferimento esplicito, ci pare sia alla capacità di assimilare, alimentata dal sacrificio, che diventa presupposto di “vita nuova”, di rinascita2.

tauromachia2

Il toro così sarebbe proprio l’emblema di quel sacrificio che “divinizza”, che fa “diventare dei”, non certo con l’accezione di sostituirsi alla divinità, ma di avvicinamento ad essa, quindi di elevazione spirituale, di trasmutazione in senso alchemico, quindi di rinascita3. Così si spiega forse una delle innumerevoli, misteriose e simboliche affermazioni di Fulcanelli, secondo il quale “Gli antichi alchimisti ponevano sotto la protezione di Diana-dalle-corna-lunari, quel primo mercurio di cui abbiamo già parlato tante volte sotto il nome di solvente universale”.

Il toro è con tutta evidenza il “primo mercurio”, la materia che può, potenzialmente, trasformarsi attraverso il sacrificio, ovvero il solvente (si “dissolve” poiché si “sacrifica”, si divide dal resto, dal mondo, per unirsi a qualcosa di più elevato4). Si rafforza, dunque, sacrificandosi.

Come dimenticarsi, a questo punto, del Mosè michelangiolesco dotato di corna? Si discute da tempo se il patriarca le avesse o meno e se il Buonarroti si sia sbagliato o sapesse invece molto bene quel che faceva. Tutto ruota intorno al vocabolo “KRN” usato nella sacra Bibbia per descrivere il Mosè (Esodo, 34, 29) quando scese dal Sinai con le Tavole della Legge.

MichelangeloMoses

KRN, a seconda delle vocali con cui viene interpolato, può in effetti significare sia “corna” che “raggi”. Era certamente egiziano e proveniva da una religione i cui dei erano per lo più “dotati di corna”, ma aveva “sacrificato” sè stesso, le sue origini, per la salvezza del popolo di Israele. Quindi, era di per sè il toro sacrificale con la luna sul capo. Ebbene, i corni della luna non possono essere, altrettanto, i “raggi” che collegano il “sacrificato” ad un livello più alto?

La simbologia richiama da vicino l’uso degli alchimisti medievali di fregiarsi di corna all’inizio dell’opera5. Quando giungevano al suo compimento però ricevevano la corona, diventavano re di sè stessi. Le corna rappresenterebbero quindi solo una parte del percorso, l’inizio, il sacrificio. Del resto, raffigurano sempre la luna crescente. In alcune mitologie, come in quella egizia, è particolarmente evidente, soprattutto quando tra le corna viene posto un disco lucente. Per lo più viene interpretato come il sole, emblema della piena conoscenza raggiunta delle cose manifeste, ma potrebbe altrettanto essere inteso come “luna piena”, in riferimento al raggiungimento di conoscenze più segrete e mistiche.

Il sole altro non è, poi, che l’aureola. Facendo un passo indietro, le corna sono rappresentazioni dello spirito polarizzante e rappresentano nelle punte lo YANG che porta verso l’alto, mentre nella conca la femminilità YIN che riceve il seme sacrificale. Insomma, raccolgono ed elevano ciò che sta al di sotto di esse6. Se le corna sono la polarità YIN, dunque, l’aureola è necessariamente l’elemento neutro.

L’aureola é l’unione e la trasformazione, il ricongiungimento del basso con l’alto, dopo il sacrificio delle corna. Non a caso il disco di luce degli dei egizi nasce dalle corna. Non a caso l’aureola del Cristo spesso contiene una croce, l’orizzontale che incontra il verticale, la ricomposizione, la compresenza in equilibrio delle polarità YANG (alto-basso, verticale) e YIN (sinistra-destra, orizzontale).

E non a caso esistono certe rare raffigurazioni di santi, di Cristo (il giudice del Giudizio Universale michelangiolesco ad esempio) e della Madonna (come quella dipinta a Sant’Eustorgio in Milano dal Foppa) con bozzoli a mò di corna o con corna vere e proprie sul capo.

CristoMichelangelo

Avvenuto il sacrificio (corna) e ottenuta la trasformazione (aureola), il toro divenuto bovino celeste, riceve la corona regale, viene incoronato. La corona regale è per lo più un cerchio da cui si dipartono alcuni raggi. Il cerchio, appoggiato sulla testa, raddoppiamento del semicerchio delle corna è divenuto un emettitore, YANG. Le fiamme o le punte protese verso l’alto, in numero maggiore rispetto alle punte delle corna taurine, diventano invece recettori, YIN.

MadonnaCornaFoppaAffr

Ciò che viene dall’alto, adesso, si trasmette al basso. E ciò che il “toro” ha sacrificato consapevolmente per gli altri ritorna moltiplicato7.

E’ interessante, in tal senso, che Gesù si descriva nei Vangeli come l’Alpha e l’Omega. Nell’originale, verosimilmente, il riferimento, poi modificato nell’Alpha greca, era all’Aleph israelitica: la prima lettera dell’alfabeto ebraico, “la creazione”, è infatti la stilizzazione delle corna del toro, il sacrificio iniziale. Fortunatamente, però, anche l’alpha ellenica, ruotata, ha una notevole somiglianza con il muso cornuto di un toro.

Quanto al’ultima lettera dell’alfabeto, il Cristo risorto dopo il sacrificio della croce è spesso definito “Cristo Re” e “Colui che regna nei secoli dei secoli”. E l’Omega ha curiosamente proprio la forma di una corona nella variante corsiva e di una luna al contrario nel maiuscolo (come l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico)!8

Cosa accade invece al toro che rifiuta il sacrificio? Rinunciando indebolisce la sua struttura a partire dal ritmo di funzionamento generale. Ogni rinuncia porta ad un impoverimento delle “informazioni” che poteva acquisire e delle quali si è invece privato. E l’impoverimento rallenta il ritmo di alcune parti cristallizzate esterne, causando invece alle parti interne uno spostamento verso ritmi sempre più veloci e caotici, con interruzioni sfasate e scariche simili a tuoni fuori dal campo.

L’immagine più verosimile del “gran rifiuto” è in effetti la capra, da cui deriva il termine “capriccio”. E’ interessante notare anche che il “Go” sanscrito è la radice sia dell’Inglese “God”, dio quanto dell’altrettanto Inglese “Goat”, capra. Ma sarebbe meglio l’immagine del caprone, il maschio della capra, il montone9 la cui spinta procreativa è pari a quella del “toro” ma le cui corna, anziché innalzarsi ed elevarlo, si avvitano su sé stesse annichilendolo.

baphomet

Paradossalmente, la figura scimiottata quale demonio in senso cristiano dall’infausta e terribile Inquisizione10, è proprio l’emblema perfetto del rifiuto di seguire la giusta via.

In conclusione, se date del cornuto a qualcuno, non stupitevi se lo prende come un complimento...

 

 

 

 


NOTE

 

 

1 Cfr. ALEXANDER H. KRAPPE, La genesi dei miti, Parigi, 1952.

2 Da qui il nesso con il concetto di sacrificio, in quanto accesso al passaggio dal vecchio al nuovo.

3 Si ravvisa in questo tanto il concetto cristico della “porta stretta”, collegamento tra le dimensioni, accesso alle anime che si incarneranno,quanto quello dell’uomo stesso come portale, come “mercurio”, simbolo del passaggio tra livelli di realtà, e quindi capace di farli comunicare tra loro.

4 Vedi “Sacrif....” pubblicato in precedenza su questo blog.

5 Mosè, quale mago che sfidò i maghi del faraone e soprattutto in relazione ai suoi colloqui con il “roveto ardente” e alla distruzione del Vitello d’Oro che operò attraverso il fuoco, viene a tutti gli effetti identificato come alchimista dagli alchimisti medievali. Il fuoco è infatti il mezzo per eccellenza degli alchimisti. L’inglese Thomas Norton, nel 1450 scriveva ad esempio: "Vuoi sapere qual è il Maestro perfetto? È colui che comprende la regolazione del fuoco e i suoi gradi".

6 Le varianti sul tema delle corna sono tante (tralasciando l’unicorno, che indica un percorso diverso) e spaziano da quelle bovine a quelle più complesse della tradizione celtica di Kernunnos, il dio cervo, le cui ramificazioni indicano certamente le diverse “vie” del sacrificio e richiamano il culto delle due querce e dei solstizi, tutte indicazioni del sacrificio che consente la rinascita. Il tema del re-cervo che si sacrifica per far nascere il nuovo re compare anche nel ciclo arturiano, soprattutto nelle vicende di Mordred, concepito da un re “dotato di corna”, che quella notte viene sacrificato e giace con la dea (la terra e il suo equivalente femminile nel cielo, la luna).

7 Un esempio moderno in tal senso può essere rappresentato dal Belzebù immaginato da G.I. Gurdijeff nel testo omonimo, il quale, dopo aver scontato la pena (sacrificio?) per il suo orgoglio (egoismo?), viene premiato con le corna della saggezza e si eleva ad un livello superiore.

8 L’argomento merita sicuramente un approfondimento a parte, che sarà oggetto di un mio prossimo post.

9 In India la capra, è chiamata “Prakriti”, la “non nata”, la Madre inattiva del mondo (una Grande Madre che non sercitai l suo potere), la materia che non si manifesta, che non si trasforma. Essa non è che la parte femminile dell’uno, rappresentato dal montone, il maschio della capra.

10 Il bafometto templare nella sua rappresentazione tardiva di demone caprino e cornuto, potrebbe essere in tal senso l’inversione, tendenziosa, del Baphomet originario, la testa dai lunghi capelli e la barba divisa in due ciocche, come due corna puntate verso il basso (simile all’omega maiuscolo o ultima lettera ebraica).

 


BIBLIOGRAFIA

 

Alexander H. Krappe, La genesi dei miti, PARIGI, 1952

G.I. Gurdijeff, I racconti di Belzebù a suo nipote, 2006

René Guénon, Dizionario Guenoniano, 1990

Demetrio Iero, Chakras: corrispondenze tra l’uomo e l’Universo, 2004

 

 

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Francesco Teruggi

Scrittore e giornalista pubblicista. Direttore delle collane "Malachite", "Agata" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti" (2015), autore del saggio "La Testa e la Spada. Studi sull'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni" (2017). Presidente dell'Associazione Culturale TRIASUNT.

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