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MURA POLIGONALI: quando l'uomo coglieva le stelle

MURA POLIGONALI: quando l'uomo coglieva le stelle

 

Capita, ripescando un vecchio libro, di leggervi cose che, in precedenza, erano sfuggite perché non riconosciute oppure non comprese. Ci si torna su a volte dopo anni e a quel punto, con un poco di esperienza cristallizzata in più, si scorgono, nelle stesse parole lette molto tempo prima, nuovi e inattesi discorsi.

Il più intrigante, accurato, poetico e controverso lavoro mai fatto sulla cultura ancestrale del popolo Dogon è, ad oggi, senza dubbio quello che l'antropologo francese Marcel Griaule raccolse nel libro “Dio d'Acqua”. Protagonista è un vecchio cacciatore cieco di nome Ogotemmêli il quale, per ricambiarlo di un non del tutto chiaro favore, comincia a raccontare all'antropologo l'essenza delle tradizioni Dogon. Durante i ripetuti colloqui il saggio letteralmente “scompone il sistema del mondo”, spiegando tecnicamente e con raffinatezza impareggiabile le forze e i ritmi del divenire fin dall'inizio dei tempi.

 

 

 

Prima però se ne esce con questa strana affermazione: “È vero che un tempo le donne staccavano le stelle per darle ai loro bambini. Essi le bucavano con un fuso e facevano girare queste trottole di fuoco per mostrarsi tra loro come funzionava il mondo. Ma non era che un gioco”.

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Insomma, mostra come un dato di fatto che l'uomo antico conosceva l'Universo, in tutti i suoi aspetti, con precisione tale che per le donne (con un pizzico di maschilismo) spiegarlo cogliendo le stelle dal cielo per farne fare trottole ai bambini, non era che un gioco!

 

Che gli uomini antichi avessero grandi conoscenze, più grandi di quanto immaginiamo, è un pensiero quasi ovvio per chiunque osservi le grandi strutture del passato. Qualche buontempone, imbattendosi nelle parole di Ogotemmêli, potrebbe addirittura inventarsi che gli antichi conoscessero l'energia nucleare. L'aforisma riportato dal cacciatore, come del resto tutta la cosmogonia dei Dogon, è infatti molto antico, essendo il retaggio di un popolo precedente, i Tellem, che abitavano le stesse falesie già nel XI secolo. In esso le stelle vengono definite “trottole di fuoco”...e come facevano a sapere, a quel tempo, che una stella è in effetti materia ad altissime temperature che gira su stessa?

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Ma, se si lasciano le burle ai burloni e le facezie ai facinorosi, ci si accorge che Ogotemmeli, più semplicemente, vuol chiarire che tutte le conoscenze di cui si accinge a parlare vengono dal tempo in cui l'uomo sapeva spiegare la natura con la natura, il cielo con le stelle e la Terra con la terra. Era il tempo in cui l'uomo costruiva templi perché sapeva parlare con gli dei. Poi avrebbe cominciato a costruirli perché gli dei non lo ascoltavano più. O, meglio, perché con gli dei non ci sapeva più parlare...

Ci si è mai chiesti veramente perché i templi e i luoghi sacri più antichi avevano mura fatte di pietre “poligonali”, apparentemente irregolari ma successivamente, in epoche più recenti l'uomo cominciò a costruirle con pietre accuratamente lisce e squadrate? E soprattutto ci si è mai chiesti da dove gli era venuta fuori quell'idea? Forse, guardando la natura...

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Un Incas di Cuzco per costruire Sacsayhuaman e prima ancora un saggio boliviano per innalzare Tiahuanaco o un cacciatore anatolico per erigere Gobelki Tepe, avrebbero prima di tutto pensato che il luogo sacro, come ogni luogo e cosa in natura, aveva bisogno di un contenitore, di qualcosa che lo proteggesse. Si sarebbero guardati intorno e avrebbero osservato la “pelle” della terra, notando che nelle stagioni secche, quando il terreno inaridisce, si spacca creando delle forme irregolari e caratteristiche, ma non scompare, perché il calore della terra può uscire liberamente attraverso le spaccature.

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Avrebbero anche riconosciuto che il terreno ha la stessa forma anche quando è fertile e verdeggiante e che proprio grazie al suo essere costituito di zolle, quando ci butti i semi, questi possono scendere nel sottosuolo attraverso le fessure dove la resistenza è minore e raggiungere l'acqua, per poi germogliare e tornare in superficie.

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E se un altro uomo li avesse chiesto loro come pensavano fosse fatta la “pelle” di un fiore o di un frutto, senza lenti, microscopi e scansioni nucleari, avrebbero risposto che sono fatte nello stesso modo.

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E così è la pelle dell'uomo.

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Pensandoci, poi, avrebbero anche raccontato, solo con l'uso della logica della natura, che se la pelle della terra, quella di un frutto e quella dell'uomo si assomigliano, allora un frutto e l'uomo debbono essere fatti di qualcosa che a sua volta ha una pelle. E anche quella pelle deve essere fatta nello stesso modo.

Non solo. Poiché è il sole che nutre la terra sotto di lui e poiché è la terra che nutre il seme che sta sotto di lei, così ogni cosa procede da qualcosa che sta più in alto. E non avrebbero avuto dubbi neppure sul cielo. Non avevano telescopi, parabole e costose macchine spaziali, ma avrebbero risposto che anche il cielo doveva per forza avere una “pelle”, che tale pelle era fatta sempre in quello stesso modo ed era il modello per tutte le altre pelli.

Noi moderni scienziati, dopo che qualcuno l'aveva suggerito nel 1951, siamo riusciti a vedere questa pelle e a scoprire che l'incas, l'anatolico e il boliviano avrebbero avuto ragione, solo nel 1992. Quella pelle si chiama Fascia di Kuiper, è la “pelle” del Sistema Solare. E c'é da scommetterci che prima o poi ci accorgeremo che ha una pelle anche la nostra galassia e l'intero Universo. Non erano forse gli Egizi a dire che le stelle erano appese al ventre (e quindi alla pelle) della divinità del cielo?

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Così l'incas di Cuzco, il boliviano di Tiahuanaco e l'anatolico di Gobelki Tepe prima di loro, avevano costruito templi rivestiti da una vera e propria “membrana traspirante”, che lasciava uscire le loro parole ed entrare quelle degli dei. Perché con gli dei e con la natura dialogavano e volevano continuare a dialogare sempre meglio.

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Sfortunatamente i loro discendenti, divenuti incapaci di parlare con le divinità del cielo e non ormai sordi alle loro voci, temendone la collera cominciarono a erigere strutture più adatte a proteggersi dall'esterno, con precisi blocchi squadrati, senza debolezze e sempre più rigidi e resistenti. Ma erano sempre più sordi e ciechi alla voce della natura, che, così, da scienza diventò magia.

condominio

 

 


BIBLIOGRAFIA

 

Marcel Griaule, Dio d'acqua, colloqui con Ogotemmeli, 1948

Hazrat Inayat Khan, In un roseto d'oriente, 1998

Demetrio Iero con Adriana Pesante, Il sapere in esilio, 2000

Fritjof Capra, Il tao della fisica, 1975

Alessio di Benedetto, All'origine fu la vibrazione, 2008

 

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Francesco Teruggi

Scrittore e giornalista pubblicista. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti" (2015), autore del saggio "La Testa e la Spada. Studi sull'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni" (2017). Presidente dell'Associazione Culturale TRIASUNT.

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