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Stephansdom: enigma di pietra

Stephansdom: enigma di pietra

Torniamo con questo intervento a parlare delle cattedrali, del loro fascino e dei loro tanti misteri. Le più note sono certamente quelle francesi, ma altrettanto interessanti ed enigmatiche sono quelle di area “tedesca”. In un precedente post ho analizzato Basel Munster, il duomo di Basilea. Questo mio nuovo studio breve si sofferma invece sul duomo della capitale austriaca.

 Che il suo nome sia stato mutuato dal castrum romano di Vindobona su cui fu fondata, oppure dall'antico toponimo celtico Vedunia, la città di Vienna custodisce la cattedrale con uno dei campanili più alti al mondo. Costruito in un luogo “sacro da sempre” - in corrispondenza del grande portale fiancheggiato dalle due “Torri Pagane” sorgeva un antico tempio - Stephansdom, il duomo viennese è uno stupefacente edificio in cui la perfetta fusione di stili crea un ambiente di eccelsa solennità sacrale.

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La primitiva chiesa romanica costruita sul luogo nel 1137 fu quasi completamente distrutta in un incendio; sulle rovine fu innalzata una seconda e più grande chiesa romanica nel 1263; circa un secolo più tardi Alberto I la fece ampliare con un maestoso coro in stile gotico, cui si aggiunsero successivamente le cappelle laterali volute dal duca Rodolfo IV e il nucleo centrale di quelle che sarebbero diventate le “catacombe” di Santo Stefano, sotto il duomo stesso. La discendenza del duca ancora vi riposa.

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Nel XV secolo furono innalzate le due torri campanarie e realizzato l'ampliamento delle navate, fino alla forma che ancora oggi la cattedrale possiede. Le cripte furono estese nel XVIII per volere di Maria Teresa d'Austria in seguito alla rimozione del cimitero che circondava il duomo e fu aggiunto al complesso sotterraneo un sepolcreto per i vescovi e gli alti prelati viennesi.

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Ulteriori restauri furono intrapresi a metà dell'Ottocento da Friedrich von Schmidt per rimediare ai danneggiamenti subiti dall'edificio durante le guerre napoleoniche. Poco meno di un secolo più tardi

i bombardamenti e gli incendi della Seconda Guerra Mondiale misero nuovamente a dura prova il duomo. Ma il tempo e la violenza non riuscirono mai, veramente, a scalfirne la terribile bellezza e potenza. Oggi Stephansdom si erge ancora, intatto nella sua perfezione, al centro della moderna Vienna.

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La cattedrale è stata ampiamente studiata e analizzata, tutto si conosce dei suoi simbolismi, delle immagini miracolose che custodisce, dei numerosi personaggi sepolti nel suo ventre. Scavi e restauri recenti hanno contribuito ad arricchire di dettagli la sua storia millenaria. Ma sono molti i segreti che ancora cela, nascosti nel profondo della pietra di cui è fatta. Cosa si può dunque dire, di questo edificio, che già non sia stato detto?

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Intanto concentriamoci sulla sua orientazione astronomica, invariata fin dal primo edificio cristiano qui eretto. L'abside, da sempre, punta al Solstizio invernale e precisamente all'alba del 26 Dicembre 1137, data di fondazione della prima chiesa e giorno di Santo Stefano, patrono della cattedrale. Il Solstizio invernale è il momento in cui “i cieli si aprono”, comincia un nuovo ciclo. Questo fu proprio ciò che, secondo tradizione, contemplò il protomartire Stefano morendo: “vide i cieli che si aprivano”. Ma anche il portale maggiore del duomo è orientato con buona approssimazione ad un Solstizio, quello estivo ed esattamente al tramontare del sole in quei giorni. Dunque la cattedrale giace su un particolare asse che collega, a queste latitudini, l'alba del Solstizio invernale con il tramonto del Solstizio estivo, l'alba di un solstizio e il tramonto del successivo, come a racchiudere in sé l'intera durata di un ciclo cosmico. I due fenomeni corrispondenti, alba del Solstizio estivo e tramonto del Solstizio invernale possono essere facilmente “traguardati” dagli ingressi delle due torri campanarie.

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Come il Cielo, anche Madre Terra non fu per nulla trascurata nell'edificazione di Stephansdom. Il duomo sorge infatti su un appropriato intersecarsi di falde acquifere, che fu mantenuto e adeguato agli ampliamenti intrapresi nei secoli. Alla “madre”, quale generatrice terrena del Cristo e inizio di tutta la vicenda evangelica, fu dedicata un'intera navata e ad essa fu addossata la Torre Nord, più bassa ma con fondamenta possenti che scendono in profondità nella terra. Molteplici sono le immagini miracolose della Vergine che la cattedrale custodisce.

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Una menzione particolare merita il pulpito gotico, posto tra la seconda e la terza campata e tra la navata settentrionale e quella centrale. Diversamente dall'ambone (o pergamo), di solito situato vicino all'altare e utilizzato per la lettura di brani delle Sacre Scritture, il pulpito è invece il luogo da cui declamare prediche e sermoni, i “giusti ammonimenti” a cui va prestata attenzione prima di accedere alla parte più sacra della cattedrale. Infatti, poco oltre il pulpito è percepibile una fascia di frequenze che attraversa perpendicolarmente le tre navate e che funziona come una barriera, un filtro che divide il mondo dei vivi da quello dello Spirito.

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Il pulpito, ricavato da tre blocchi di arenaria sovrapposti, è un prodigio tecnico con funzioni simili alla “barriera”. La complessa teoria di otto ruote (triskel) contro-rotanti alternativamente a tre e quattro raggi, infatti, fa il paio con quella delle “bestie” (rane, salamandre, serpenti, lucertole), allegorie delle pulsioni umane meno elevate che si snoda, dal basso verso l'alto, lungo il corrimano. Tra di esse spicca un unico cane, in cima, che impedisce, da buon guardiano, “filtro” e intermediario tra i mondi, agli “animali mostruosi”, di passare.

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Consente dunque al “predicatore”, mentre sale, di predisporsi al meglio per pronunciare quelle parole che renderanno il fedele in ascolto degno di oltrepassare la barriera e dirigersi verso l'altare maggiore, verso il “centro dello spirito”.

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Non si deve infine dimenticare che la Cattedrale ha raggiunto la forma attuale dopo che l'austriaco Federico III, ultimo imperatore del Sacro Romano Impero incoronato da un pontefice a Roma, ottenne dal Papa l'elevazione di Vienna a vescovado. Il suo monumento funebre si trova nella cattedrale, nel coro della navata meridionale ed è ritenuto il più importante dedicato ad un imperatore a Nord delle Alpi.

Persona pia e pacifica, Federico III si dedicava piuttosto alla botanica, all'alchimia, all'astrologia e nutriva un'innata passione per le reliquie. Le sue passioni e conoscenze sono rappresentate su tutto il suo cenotaffio, popolato di animali fantastici, creature mostruose, figure grottesche, teschi e ossa. Sullo stemma scolpito ai piedi del sarcofago, accanto a quello dell'ordine di San Giorgio e degli Asburgo, campeggia l'enigmatico motto che scelse per sé: “AEIOU”. Variamente interpretato ma senza apparente significato, è senza dubbio un'espressione in forma di enigma della sua profonda “sapienza”.

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Il luogo privilegiato della sua sepoltura – recenti esplorazioni hanno confermato che è davvero sepolto nel “cenotaffio” - testimonia il suo enorme potere e l'importanza che gli era stata accordata.

Non a caso il sepolcro fu posto nel coro della Navata degli Apostoli, quella dedicata agli “eredi” del Cristo, cui si appoggia l'altissima torre sud, mirabile ed elevata struttura con scarse fondamenta. L'ultimo raggio del sole che scompare all'orizzonte al tramonto del Solstizio invernale, infatti, penetrando nel coro, a perenne ricordo illumina dapprima le spoglie di Federico III e poi, dietro di lui, la cattedra vescovile di cui fu fautore.

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Le simbologie dunque abbondano in questo “luogo alto” come raffigurazioni, orientamenti, dimensioni, colori, altezze e numeri. Alcuni sono più evidenti, il quattro e il tre continuamente ripetuti ad esempio, altri lo sono meno. C'è un numero su cui ci si sofferma poco ma che rappresenta in questa cattedrale un enigma insoluto: 108. Tali sono i Santi (uomini, donne o raffigurazioni collettive) che adornano i pilastri dell'edificio, a rappresentare, in quella quantità, in quella cifra mistica comune a tante culture e tradizioni del pianeta, l'Universo stesso.

 

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 Ebbene - questo è l'indovinello - in Stephansdom i “Santi dei pilastri” sono, in verità, soltanto 107, perciò dove e qual'è il Santo mancante???

 

 


BIBLIOGRAFIA:

Reinhard H. Gruber, Il Duomo di Santo Stefano a Vienna, 1998

Richard Kurt Donin, Der Wiener Stephansdom und seine Geschichte, 1952

Anton Macku,Der Wiener Stephansdom: Eine Raumbeschreibung, 1948

Marlene Zykan, Der Stephansdom, 1981

Blanche Merz, I Luoghi Alti, 1983

Marie Madeleine Davy, Il simbolismo medievale, 1988

Jacques Bonvin e Paul Trilloux, Église Romane lieu d'énergie, 1990

 

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Francesco Teruggi

Scrittore e giornalista pubblicista. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti" (2015), autore del saggio "La Testa e la Spada. Studi sull'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni" (2017). Presidente dell'Associazione Culturale TRIASUNT.

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