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Giovedì, 06 Dicembre 2012 17:44

Il rito della piuma

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Il "rito della piuma", della "doppia morte" o più semplicemente "répit" è "una delle manifestazioni più durature, più profonde ed allo stesso tempo più segrete della religione popolare". Purtroppo, però, pochi conoscono questo pezzetto di tradizione dell'Europa occidentale.

Ma andiamo con ordine. L'antefatto protocristiano, che avrebbe portato al fiorire della ritualità del répit, è l'annosa discussione teologica ed escatologica su cui dibatterono, senza sosta, i Dottori della Chiesa per secoli: la vera natura del peccato originale e il destino finale delle anime. Ciò che destava i maggiori problemi era la sorte finale delle anime appartenute a chi, in punto di morte, pur essendo in grazia di Dio, non si trovava nello stato di purezza necessario ad ascendere in Paradiso. Tra queste la situazione più delicata era quella dei fanciulli nati-morti o deceduti prima di ricevere il Battesimo, incolpevoli eppure privi di quella condizione indispensabile per essere “accolti in cielo”.

 

 

Ex-voto per il répit avvenuto nel 1757 al Boden di Ornavasso (VB)

Già Pietro Crisologo, Santo e Dottore Della Chiesa, aveva proposto nel IV-V secolo l'idea di un luogo altro, che solo secoli più tardi sarebbe divenuto quel Purgatorio di cui Dante fu probabilmente il primo a dare un'immagine precisa nella Divina Commedia. Ma le numerose dispute sembrarono trovare una prima soluzione solo con Sant'Agostino, il quale, in risposta agli attacchi dei pelagiani, che sconfessavano l'esistenza della “colpa originaria”, giunse a formulare per la prima volta compiutamente quella che sarebbe diventata nota come “teoria del Limbo” o del “limbus puerorum”, il limbo dei fanciulli. Ebbe un successo duraturo nei secoli, tuttavia era una condizione «sospesa», di privazione della visione di Dio pur senza i patimenti dell'Inferno, inaccettabile soprattutto in quelle epoche, segnate da un'elevatissima mortalità infantile.

Intanto, alle sventurate madri, disperate perché non potevano assicurare almeno l'eterna pace ai figli nati morti, non rimaneva che rivolgersi alle sfere celesti e soprattutto alla Vergine, la madre per eccellenza, affidando ad essa l'anima degli sfortunati pargoli. Accadeva allora, piuttosto raramente e in talune condizioni, che il corpicino riprendesse per pochi istanti vita, giusto il tempo necessario ad impartirgli l'agognato sacramento, prima che la morte giungesse di nuovo.

Lentamente questa semplice pratica spontanea finì per trasformarsi in un vero e proprio rito.

Sant'Agostino ha consegnato alla memoria storica il primo caso, attribuito al protomartire Stefano, riportandolo in un sermone della maturità. Più tardi, nel XIII secolo, Iacopo da Varagine nella "Legenda Aurea", la sua opera omnia racconta di come San Gregorio Magno avrebbe operato una miracolosa resurrezione temporanea. Perfino Giovanna d'Arco, la pulzella d'Orleans, avrebbe partecipato al rito del répit a Lagny, diventandone per la tradizione addirittura l'artefice.

Pontoise

Répit di Pontoise dell'anno 1630
(raffigurazione in una vetrata della chiesa)

Ma come si svolgeva?

Veniva amministrato secondo regole precise e accompagnato da specifiche preghiere ed orazioni, alla presenza di “osservatori”, tra cui a volte dottori ed ostetriche, cui era affidato l'onere di verificare la comparsa dei segni. Le preghiere più consone a ridestare i fanciulli erano l'Ave Maria ed il Salve Regina, ma non mancano casi in cui il temporaneo ritorno in vita accadeva durante l'Elevazione.

Molti erano i segni che indicavano il momentaneo ritorno alla vita del bambino: “arrossamento”, ripresa di colore delle membra, del corpo intero o di parti di esso, quali il viso, le mani, le gambe; “effusioni” di liquidi e di urina; sanguinamenti e sudorazione; aumento del calore del corpo e ripresa del battito cardiaco; contrazioni dei muscoli quali movimenti degli arti, della lingua o lo spalancare e roteare degli occhi. Il più commovente dei segni, però, era il breve, ultimo respiro che il piccolo cadavere avrebbe potuto produrre, così flebile da essere sufficiente a malapena per far muovere una piuma, posta dagli astanti accanto alla bocca del piccino. Non appena i segni cominciavano a comparire con certezza il prete, oppure l'ostetrica se quest'ultimo non poteva essere presente, si affrettavano ad impartire il Battesimo. Solitamente lo formulavano “sub condicione” in una particolare forma nota in Francia come “ondoiemènt” : “Se sei vivo io ti battezzo in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.

Infine la madre, ottenuta la grazia poteva, con il cuore più leggero, far ritorno a casa e seppellire il piccino in terra consacrata. In rarissimi casi la resurrezione risultava addirittura definitiva, come sarebbe accaduto ad una bambina portata a Ligny-en-Barrois nel 1632 e di cui ancora si conserva l'ex voto che ella stessa offrì nel 1647.

Non sempre però la resurrezione effimera si verificava e in tali casi coloro che, non avendo potuto ricevere il battesimo, non erano ammessi alla sepoltura in luogo sacro, venivano interrati presso i medesimi “loca sancta” del rèpit, sotto le grondaie e accanto ai muri delle chiese e delle cappelle. La pioggia, resa acqua lustrale dal contatto con il tetto, forse, riversandosi su di essiavrebbe potuto, in qualche modo, salvarne l'anima. Esempi italiani di questa usanza sono quello di B.V. Della Gelata a Soriso (NO) e soprattutto il santuario B.V. Delle Grondici a Panicale (PG).

Molti santuari già esistenti diventarono luoghi del rèpit. Altri sorsero proprio dopo il verificarsi della resurrezione temporanea di un bambino nato morto. Uno dei più fecondi ed interessanti, in cui centinaia furono i casi documentati, si trova in Belgio, ad Avioth, Fu lungamente attivo dal 1625, data del primo prodigio, al 1786, quando il vescovo proibì formalmente e definitivamente la pratica.

Le condanne formali non tardarono. Una delle prime è contenuta negli Statuti Sinodali di Langres (1479). Vescovi e Papi cercarono in ogni modo di proibire e di scardinare il répit, come dimostrano le frequenti disposizioni a riguardo contenute negli archivi parrocchiali di tutta l'area interessata dal fenomeno. Anche i teologi, da Lipsius a Guppenberg, cominciarono presto, dal XVII secolo, ad interessarsene, così come medici e scienziati, fino al divieto definitivo promulgato da Benedetto XIV nel 1755.

Nonostante questo i fedeli e i parroci, incuranti delle severe ammonizioni e dei divieti, mantennero viva e diffusero la la pratica, che si trasformò lentamente in vero rito,L'intercessione veniva presentata a volte a santi conosciuti, come il leggendario e forse immaginario “Saint Transi ou Transir”, sull'altopiano di Ganagobie in alta Provenza o San Giuliano a Gozzano (NO), ma quasi sempre la figura preferita era quella della Vergine Maria, la Gran Madre di Dio.

Il numero di santuari e di immagini taumaturgiche in grado di operare il prodigio della resurrezione temporanea dei bimbi nati morti è stato quantificato in diverse centinaia di santuari solo in Francia e almeno una cinquantina in Italia, ma l'avversione della Chiesa per questa pratica spesso impedì di conservarne memoria scritta. Di molti potrebbe essere andata perduta ogni traccia.

 

 


BIBLIOGRAFIA:

 

 

Jacques Gelis, Les enfants des limbes,, 2005

Jacques Gélis, L’arbre et le fruit, La naissance dans l’occident moderne, XVIè – XIXè siècle, 1984

Jean Luc Demandre, Les riches heures de Notre-Dame d'Avioth, 1989

Mario Sensi, Santuario della Madonna delle Grondici: da edicola campestre a santuario marianoAtti del convegno, Perugia 1998, pp. 149-269

Fiorella Mattioli Carcano e Valerio Cirio, Santa Maria della Gelata di Soriso nel contesto europeo dei santuari fonte di vita, 1993

Fiorella Mattioli Carcano, Santuari à Répit, Il rito del ritorno alla vita o doppia morte nei santuari alpini, 2009

 

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Francesco Teruggi

Scrittore e giornalista pubblicista. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti" (2015), autore del saggio "La Testa e la Spada. Studi sull'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni" (2017), co-autore del saggio storico "Il Filo del Cielo" (2019) pubblicato in edizione italiana e in edizione francese. Presidente dell'Associazione Culturale TRIASUNT. Responsabile Culturale S.O.G.IT. Verbania (Opera di Soccorso dell'Ordine di San Giovanni in Italia).

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